Sono tre anni.
Tre anni da quella notte tra il 31 agosto e il 1 settembre 2023 a San Benedetto dei Marsi, alla periferia del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Un colpo di carabina calibro 12, sparato da distanza ravvicinata. Un fianco trapassato, un polmone perforato.
Così è morta Amarena.
Non era un’orsa qualsiasi. Era una madre. Era confidente, come la chiamavano gli etologi, perché non aveva paura dell’uomo. Entrava nei paesi non per aggredire, ma per cercare cibo e proteggere i suoi piccoli. Nel 2020 aveva compiuto un miracolo: quattro cuccioli in un solo parto, un evento rarissimo. L’ultimo di quella cucciolata, Juan Carrito, era morto investito solo otto mesi prima di lei. Quella notte Amarena aveva con sé gli altri due, di pochi mesi. Sono scappati nel buio mentre la loro madre agonizzava davanti alla casa di chi le aveva sparato.
La perizia della Procura di Avezzano lo ha detto chiaramente: al momento dello sparo Amarena era innocua. Non stava attaccando. Era sulle quattro zampe. Eppure è stata uccisa con crudeltà.
E la giustizia?
La giustizia, per Amarena, cammina lenta come un orso ferito. Il processo per uccisione di animali aggravata dalla crudeltà contro Andrea Leombruni è iniziato, poi annullato per un vizio di forma, poi ricominciato. L’ultima udienza, il 28 aprile 2026 al Tribunale di Avezzano, è stata ancora rinviata al 20 maggio 2026 per consentire alla difesa di esaminare le costituzioni di parte civile.
Un rinvio dopo l’altro, dal dicembre 2024 ad oggi.
Eppure, mai in Italia così tante voci si erano unite per un animale. 48 associazioni, tra cui WWF, ENPA, OIPA, Animalisti Italiani, LAV, e poi il Parco, la Regione Abruzzo, i Comuni. Tutti ammessi come parte civile. È la prima volta che succede. Perché Amarena non era solo un’orsa. Era una delle ultime 60 orse marsicane rimaste al mondo. Uccidere una femmina riproduttiva di una specie in pericolo critico di estinzione è un danno per l’intera biodiversità d’Europa.
I suoi due cuccioli, orfani, si sono ricongiunti e sono sopravvissuti. Il Parco li ha monitorati. Ce l’hanno fatta. Ma crescono senza madre, in un Appennino che è sempre più stretto.
Ricordare Amarena con le parole che Lord Byron scrisse nel 1808 a Newstead Abbey per il suo terranova Boatswain, morto di rabbia. Si intitola Epitaffio per un cane, sembra scritta per lei.
In questo luogo
giacciono i resti di una creatura
che possedette la bellezza
ma non la vanità
la forza ma non l’arroganza
il coraggio ma non la ferocia
E tutte le virtù dell’uomo
senza i suoi vizi.
Quest’elogio, che non sarebbe che vuota lusinga
sulle ceneri di un uomo,
è un omaggio affatto doveroso alla Memoria di
“Boatswain”, un cane che nacque in Terranova
nel maggio del 1803
e morì a Newstead Abbey
il 18 novembre 1808
Byron continua, furioso contro gli uomini:
Ma il misero cane, l’amico più caro in vita,
che per primo saluta e che difende ultimo,
il cui bel cuore appartiene al suo padrone,
cade senza onori;
e solo col silenzio è premiato il suo valore
mentre l’uomo, insetto vano!,
spera il perdono, e per sé solo
pretende un paradiso intero!
Ecco, Amarena era così: bellezza senza vanità, forza senza arroganza, coraggio senza ferocia. Tutte le virtù dell’uomo, senza i suoi vizi.
Il 31 agosto 2026, sono già tre anni. L’Abruzzo si è fermato ancora un minuto davanti a quel prato di San Benedetto. I suoi cuccioli, ormai grandi, forse sono passati di lì.
Avrà mai giustizia Amarena? La giustizia vera non gliela potrà mai dare: non la riporterà dai suoi figli. Ma può dare un segnale. Che uccidere l’innocenza non è un incidente, non è una bravata, non è “mi sentivo minacciato”. È un crimine. E i crimini, anche se fatti contro un’orsa, vanno puniti.
Altrimenti, come scriveva Byron alla fine del suo epitaffio:
Esso fu innalzato per segnare il luogo ove tutto quel che di un amico resta riposa in pace;
un sol ne conobbi: e qui si giace.
Antonietta Cacace










