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*A CHE GIOVA LA CASSAFORTE PIENA QUANDO LA COSCIENZA È VUOTA ?*

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Di  Kathy Manganaro

 

 

Questa domanda contiene una verità antica, ma sempre dolorosamente attuale: il valore di ciò che possediamo non può compensare il vuoto di ciò che siamo. Una cassaforte può essere colma di denaro, gioielli, documenti, ricchezze accumulate con anni di sacrifici. Può brillare come una promessa di sicurezza. Eppure, per quanto pesante sia il suo contenuto, non potrà mai sollevare il peso di una coscienza inquieta. Il denaro può comprare una casa, ma non necessariamente un focolare; può pagare una cena, ma non la compagnia sincera di chi ci vuole bene; può offrire comodità, ma non la pace con noi stessi. Ci sono cose davanti alle quali la ricchezza, improvvisamente, scopre tutta la propria impotenza. Che senso ha possedere molto, se per ottenere quel molto abbiamo perduto la capacità di dormire serenamente? Che valore ha un conto in banca gonfio, se ogni sera dobbiamo fare i conti con le parole che abbiamo ferito, con le mani che non abbiamo teso, con le ingiustizie che abbiamo commesso o tollerato? Una coscienza sporca non si compra un silenzio: può forse comprare distrazioni, ma non assolve il cuore. La coscienza è una cassaforte al contrario: non custodisce ciò che abbiamo, ma ciò che siamo stati capaci di lasciare negli altri. Dentro di essa non si conservano monete, ma gesti. Non banconote, ma sguardi. Non proprietà, ma ricordi. E spesso, quando la vita ci costringe a fare ordine dentro di noi, scopriamo che le cose che credevamo preziose hanno perso il loro splendore, mentre un piccolo gesto di bontà compiuto anni prima continua a illuminare la memoria. Ci affanniamo tanto per accumulare. Accumuliamo denaro, oggetti, riconoscimenti, successi, fotografie, titoli. Costruiamo muri intorno alle nostre sicurezze e chiamiamo tutto questo “vita”. Ma la vita, prima o poi, ci pone davanti a una domanda più severa: che cosa rimane di noi quando togliamo tutto ciò che possediamo? Rimane il modo in cui abbiamo amato. Rimane il bene che abbiamo fatto senza aspettarci applausi. Rimane la dignità con cui abbiamo attraversato le difficoltà. Rimane la capacità di chiedere perdono. Rimane il coraggio di dire la verità quando mentire sarebbe stato più conveniente. Rimane soprattutto quella voce interiore che nessuno può corrompere e dalla quale, per quanto possiamo fuggire, non possiamo divorziare. La vera povertà, allora, non è necessariamente avere poco. È avere tanto e non avere più un motivo per cui sentirsi grati. È possedere una casa enorme e non avere nessuno con cui sentirsi a casa. È poter comprare quasi tutto e non riuscire a comprare neppure un’ora di serenità. È essere circondati da persone interessate alla nostra ricchezza e non sapere più chi ci sarebbe accanto se domani perdessimo tutto. E forse la vera ricchezza è molto più discreta. È poter appoggiare la testa sul cuscino senza vergognarsi di se stessi. È guardare negli occhi una persona che abbiamo amato senza rimpiangere di averla ferita. È sapere che, pur avendo commesso errori, non abbiamo smesso di cercare il bene. È avere le mani vuote, ma il cuore ancora capace di donare. Perché alla fine dei nostri giorni nessuno ci domanderà quanto era grande la nostra cassaforte. Nessuna ricchezza potrà seguirci oltre l’ultima porta. E ciò che oggi ci sembra indispensabile diventerà improvvisamente leggero, quasi irrilevante, davanti alle domande essenziali dell’esistenza: Chi hai amato? Chi hai aiutato? Chi hai perdonato? Chi è stato migliore perché ti ha incontrato? Forse è proprio qui che si misura la ricchezza di un uomo. Non da ciò che è riuscito a trattenere, ma da ciò che ha saputo donare. Non da quanto ha accumulato, ma da quanto ha lasciato di buono dietro di sé. Non dal rumore del suo successo, ma dalla pace della sua coscienza. Perché una cassaforte piena può proteggere un patrimonio. Una coscienza piena di bene, invece, può salvare una vita intera.
 
 

 

 

 

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