di Anna Silvia Angelini
Mentre le istituzioni e la società civile si interrogano su come inasprire le leggi per garantire maggiore sicurezza e contrastare la violenza di genere e sui minori, dalla cronaca giudiziaria arriva una vicenda che lascia sgomenti. A Torino, un uomo di 42 anni, gravemente indiziato di aver violentato una ragazzina di appena 13 anni all’interno del minimarket in cui lavora, è stato scarcerato.
Per l’indagato, il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) ha disposto soltanto l’obbligo di firma. Le motivazioni risiedono nel fatto che l’uomo è incensurato, si è mostrato “collaborativo” e appare “resipiscente” — termine giuridico per indicare chi si dichiara ravveduto o dispiaciuto. Una decisione che ha spinto il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a inviare gli ispettori per fare luce sul caso, ma che solleva nell’opinione pubblica interrogativi immediati e profondi.
La sottovalutazione del rischio: chi garantisce che non succeda di nuovo?
Al di là del linguaggio tecnico dei tribunali, il punto critico di questa decisione risiede nella palese sottovalutazione della pericolosità sociale del soggetto e del rischio di recidiva. Le misure cautelari come la custodia in carcere servono proprio a questo: proteggere la collettività ed evitare che un reato possa essere reiterato prima del giudizio definitivo.
Considerare l’assenza di precedenti o un dispiacere espresso “a caldo” come garanzie sufficienti di fronte a un’accusa di abuso su minore significa muoversi su un terreno pericoloso. L’obbligo di firma è una misura puramente burocratica: impone di recarsi pochi minuti al giorno presso un comando di polizia, lasciando la persona del tutto libera di muoversi per il resto del tempo. Chi ci assicura che questo soggetto non riperpetri l’atto domani, nello stesso minimarket o altrove?
È proprio in queste maglie larghe che rischia di innescarsi quel meccanismo che conduce all’escalation della violenza. I reati sessuali e gli abusi di potere raramente rispondono a raptus isolati; appartengono a schemi comportamentali che, se non interrotti con fermezza e tempestività dal sistema giudiziario, rischiano di ripetersi.
Un colpo al cuore del lavoro di prevenzione
C’è poi un danno sociale incalcolabile che scaturisce da decisioni lette con tanta superficialità. Da anni, centri antiviolenza, associazioni, scuole e forze dell’ordine lavorano sul territorio per costruire la cultura della denuncia. Spiegano alle vittime e alle famiglie che lo Stato c’è, che è forte e che è in grado di offrire protezione reale.
Quando un fatto di tale gravità viene liquidato con il ritorno in libertà dell’indagato sulla base di un “pentimento”, l’intero impianto della prevenzione rischia di crollare. Il messaggio che passa è devastante: da un lato si minimizza l’impatto del trauma subito dalla vittima, dall’altro si rischia di infondere nell’aggressore un senso di sostanziale impunità.
La certezza della pena e la tutela dei più fragili non si costruiscono soltanto approvando leggi più severe sulla carta, ma assicurando che, nelle aule di giustizia, la valutazione del rischio sia rigorosa, realista e orientata prima di tutto alla salvaguardia della collettività.









