di Delfina Rebecchi
«È Meloni che si tiene la Schlein». Con questa frase, tagliente e provocatoria, Arturo Parisi, ex ministro della Difesa del governo Prodi II, ha riacceso il dibattito interno al Partito democratico. L’affondo, nato su X in risposta a un utente, è diventato il simbolo del malcontento della vecchia guardia ulivista nei confronti della segretaria Elly Schlein. Fuori dai palazzi della politica attiva ma sempre vigile osservatore, Parisi non risparmia giudizi severi. In una delle sue recenti interviste ha infatti invitato il partito ad «abbandonare la deriva estremista» e a valutare figure più moderate come Paolo Gentiloni, definito un possibile “federatore” dell’area riformista. Parole che hanno contribuito a incrinare ulteriormente l’equilibrio, già fragile, del centrosinistra.
Gentiloni: «L’alternativa a Meloni non c’è ancora»
Il nome di Paolo Gentiloni, commissario europeo ed ex presidente del Consiglio, è tornato al centro del dibattito dopo le dichiarazioni rilasciate al Festival de Linkiesta. Con il suo tono misurato ma diretto, ha ricordato che «se pensiamo che l’alternativa a Meloni ci sia già, buona fortuna». Un avvertimento chiaro, rivolto a chi nel Pd ritiene di avere già un progetto competitivo contro la premier Giorgia Meloni. Gentiloni ha ammesso di non essere più parte delle dinamiche interne del partito, ma di percepire, viaggiando per l’Italia, una distanza evidente tra la proposta democratica e le aspettative del Paese. Il suo intervento è stato letto da molti come un invito alla ricostruzione di un’identità politica solida, capace di parlare a un elettorato sempre più disorientato.
Prodi, Parisi e la nostalgia dell’Ulivo
Non è solo Parisi a muovere critiche. Anche Romano Prodi, padre nobile del centrosinistra, ha recentemente ammonito che «l’alternativa a Meloni non c’è» e che il campo progressista «ha voltato le spalle all’Italia». Parole pesanti, che fotografano un sentimento diffuso tra gli ex protagonisti dell’Ulivo. La loro voce, pur esterna al perimetro operativo, risuona forte come quella di un pubblico esperto che osserva la partita dalla tribuna. Molti analisti vedono in questi interventi un segnale preciso: la richiesta di una svolta strategica che restituisca al Pd un respiro più inclusivo e meno identitario.

Correnti in movimento e il risiko del dopo Schlein
Intanto, nei corridoi di Montecitorio e nelle sedi locali del Pd, il clima si fa teso. «È movimentismo dozzinale», ha dichiarato Luigi Zanda, altro veterano del partito, riferendosi alla linea di opposizione portata avanti da Schlein. La sensazione è che si stia preparando una fase di accerchiamento attorno alla segretaria, con diversi dirigenti impegnati a sondare possibili alternative. Tra i nomi in circolazione figurano Silvia Salis, vicepresidente del Coni e sindaca di Genova, e Antonio Decaro, presidente dell’Anci e candidato alla presidenza della Regione Puglia, che potrebbe emergere con forza dopo le elezioni regionali del 23 novembre. Parallelamente, i riformisti orfani di Stefano Bonaccini stanno provando a riorganizzarsi. Dalla parte loro ci sono figure di peso come Graziano Delrio, Lorenzo Guerini, Pina Picierno, Marianna Madia, Giorgio Gori e Filippo Sensi: un mosaico di sensibilità diverse ma accomunate dal desiderio di non lasciare a Schlein la piena gestione del futuro del partito.
Montepulciano, la prova di tenuta

Dal 28 al 30 novembre, a Montepulciano, si terrà l’incontro promosso dalle aree riconducibili a Dario Franceschini, Roberto Speranza e Andrea Orlando — tre ex ministri che avevano scommesso su Schlein al congresso. L’obiettivo dichiarato è duplice: rafforzare la leadership della segretaria e costruire una piattaforma più ampia per un’“alternativa a Meloni” che sia concreta e riconoscibile. Tuttavia, dietro la facciata dell’unità, si intravede la linea di frattura tra chi vuole proteggere la segretaria e chi, invece, prepara già lo scenario post-Schlein.
Un partito alla ricerca di un’identità
Il Partito democratico, a metà legislatura, sembra dunque intrappolato in una guerra interna tra passato e futuro. Da una parte la spinta generazionale e idealista di Elly Schlein, dall’altra la nostalgia pragmatica dell’Ulivo e dei suoi protagonisti storici. Mentre il tempo politico scorre e le prossime elezioni si avvicinano, cresce la consapevolezza che il Pd debba decidere in fretta quale strada intraprendere: quella dell’opposizione identitaria o quella della ricostruzione riformista. In un panorama in cui la premier Giorgia Meloni appare ancora saldamente al comando, l’alternativa evocata da Prodi, Parisi e Gentiloni resta, per ora, un miraggio. Ma dentro il partito, i giochi sono solo all’inizio — e la partita per il futuro del centrosinistra italiano è tutt’altro che chiusa.









