C’era un tempo in cui il materasso non si buttava. Si aggiustava.
E chi lo faceva girare di casa in casa, una volta all’anno, era lui: ‘o materazzaro.
Il materazzaro era il materassaio. Un mestiere semplice eppure fondamentale, nato quando i materassi erano un bene di famiglia. Non come oggi che li cambiamo ogni 8 anni e via.
All’inizio li riempivano con quello che c’era: foglie secche, fibre vegetali, paglia. Poi arrivarono la lana e le piume, e il lavoro si fece più delicato. Ogni 12 mesi circa il materazzaro bussava alla porta. Portava con sé poca roba, ma sapeva fare miracoli.
Il segreto stava nelle scardasse. Due assi di legno piene di chiodi, una fissa e una mobile. La lana del materasso veniva prima lavata e messa ad asciugare al sole. Poi il materazzaro la stendeva sulla scardassa fissa e con quella mobile la tirava, la pettinava, la sfilacciava. La rendeva di nuovo soffice, gonfia, come appena fatta. Da lì anche i nomi alternativi: scardassiere e cardalana. Il verbo stesso era “scardassare”.
Non era solo un lavoro manuale. Era un rito domestico. Le donne tiravano fuori il materasso, i bambini guardavano incuriositi, e per un giorno la casa profumava di lana pulita e sole.
Oggi quel suono delle scardasse non si sente più. I materassi in lattice e memory foam arrivano già pronti dalla fabbrica, comodi e sigillati. E soprattutto non sono più “di famiglia”. Non li tramandiamo più ai figli. Quando si afflosciano, li sostituiamo.
Così il materazzaro è andato in pensione. Insieme a lui una parte di cura, di pazienza e di economia di una volta, quando le cose si riparavano invece di cambiarle.
Antonietta Cacace










