Cinque anni di botte, minacce e umiliazioni. Cinque anni in cui nessuno ha saputo cogliere fino in fondo il grido silenzioso di aiuto di Paolo Mendico, 15 anni, che tra mercoledì e giovedì si è tolto la vita, a poche ore dal ritorno sui banchi di scuola.
Dalla quinta elementare al primo anno dell’istituto tecnico, la sua esistenza era diventata una via crucis fatta di insulti, derisioni e paure. Il secondo anno non è mai cominciato. «Ti chiediamo scusa per non aver capito», ha detto con voce rotta don Fabio durante il funerale, davanti a una chiesa gremita, mentre la madre Simonetta ripeteva incredula: «Non ci posso credere».
Paolo era un ragazzo sensibile, educato, con la passione per la musica: batteria e basso, suonati quasi sempre da solo, a volte col padre. Amava Battisti, e la sorella ha voluto che in chiesa risuonasse Non sarà un’avventura, la sua canzone preferita. Ora le sue ceneri riposano in un’urna blu, accanto alla gabbietta dei suoi pappagallini.
Le segnalazioni c’erano state: risse tra studenti alla fermata del bus, episodi di violenza definiti “scherzi”, persino minacce con un cacciavite di plastica. I genitori avevano scritto lettere, fatto telefonate, inviato raccomandate al Provveditorato. Tutto inutile. Paolo era finito persino allo sportello psicologico, ma il dolore lo teneva dentro, senza mai dirlo a chi gli stava vicino.
Oggi la Procura di Cassino indaga per istigazione e aiuto al suicidio. Sono stati sequestrati cellulari e computer per ricostruire cosa sia successo davvero nei gruppi chat degli studenti. Ma resta la rabbia, quella che nessuna indagine potrà cancellare.
Il bullismo non è goliardia, non è un gioco. È violenza pura, che lascia cicatrici profonde, spesso invisibili, fino a strappare la vita. La storia di Paolo non può finire come un numero nelle statistiche. È un monito per le istituzioni, per la scuola, per le famiglie, per tutti noi: non voltarsi dall’altra parte, mai più.









