martedì, Ottobre 6, 2026
HomeCronacaCASAPESENNA, GUERRA PER LA BISCA DEL CLAN: ‘O CINESE BATTE CASSA, NOBIS...

CASAPESENNA, GUERRA PER LA BISCA DEL CLAN: ‘O CINESE BATTE CASSA, NOBIS CHIUDE LA PORTA

MORVRAN.COM
ArtesTV

CASAPESENNA — Qui non si litiga per una partita persa. Qui, secondo la ricostruzione investigativa contenuta nelle carte dell’inchiesta, la tensione sarebbe esplosa attorno ai soldi. Agli incassi. Alle quote. A quel denaro che, nelle ipotesi degli investigatori, ruotava attorno alle bische clandestine dell’Agro aversano. Un sistema fatto di tavoli da gioco e somme da dividere. Ed è proprio sulla spartizione che sarebbe arrivato lo strappo. Da una parte Costantino Diana, 48 anni, conosciuto come ’o cinese, già condannato in passato per estorsione aggravata dal metodo mafioso. Dall’altra Costantino Garofalo e Raffaele Nobis, fratello di Salvatore “a Scintilla”, entrambi detenuti e indicati nelle carte investigative come figure centrali nella gestione del sistema delle bische. In mezzo, il denaro. E una richiesta che, secondo gli investigatori, avrebbe fatto saltare gli equilibri. Diana, dopo essere tornato in libertà, avrebbe manifestato interesse per la gestione delle case da gioco clandestine. Non soltanto per assistere. Non soltanto per sapere. Ma, secondo la ricostruzione investigativa, per ottenere una parte degli incassi. Una quota. Una fetta di quel giro di denaro che gli investigatori stanno ricostruendo attraverso intercettazioni, rapporti, collegamenti e attività di osservazione. E qui la storia prende una piega pesante. Perché la richiesta, stando alle carte, non sarebbe stata accolta. La porta sarebbe rimasta chiusa. Nessuna quota. Nessuna concessione. Nessuna apertura verso chi pretendeva di entrare in un affare già regolato da altri. È questo il punto di rottura che emerge dalle comunicazioni intercettate il 25 novembre 2025. Una data che compare nella ricostruzione degli investigatori e che diventa una tessera importante del mosaico investigativo. Nobis e Garofalo avrebbero parlato più volte dei tavoli da gioco. Degli incassi. Della distribuzione del denaro. Della necessità di mantenere determinati equilibri. E nelle conversazioni compare anche Paolo Francesco Serao, indicato dagli investigatori come accusato di associazione mafiosa e al quale viene attribuito un ruolo nella gestione delle giocate e nella successiva ripartizione delle somme. Non è una semplice discussione tra persone che fanno affari. È questa la lettura investigativa. Un sistema nel quale, secondo l’accusa, ogni posizione avrebbe avuto un peso. Ogni somma una destinazione. Ogni richiesta il suo significato. E quando qualcuno prova a modificare gli equilibri, la risposta può diventare durissima. Diana, secondo quanto emerge dalle carte, avrebbe voluto recuperare personalmente il denaro che riteneva gli spettasse. Una frase. Una pretesa. Un passaggio che avrebbe fatto salire la tensione. Perché se la richiesta fosse stata realmente interpretata come una sfida agli equilibri esistenti, allora non si sarebbe trattato più soltanto di una questione economica. Sarebbe diventata una questione di potere. Di controllo. Di chi decide. Di chi può pretendere. Di chi può entrare nel circuito degli affari. E soprattutto di chi ha l’ultima parola. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Nobis avrebbe quindi fatto arrivare attraverso Serao un avvertimento particolarmente duro. Un messaggio destinato a far capire che quella richiesta non sarebbe stata tollerata. La tensione, dunque, avrebbe trovato proprio nella bisca il terreno dello scontro. Non una guerra dichiarata. Non necessariamente un confronto aperto. Ma una serie di pressioni, parole e avvertimenti che, nelle carte investigative, vengono lette come il segnale di un equilibrio criminale sottoposto a pressione. E mentre gli investigatori mettono insieme questi frammenti, emerge un quadro più ampio. Le bische clandestine non sarebbero state episodi isolati. L’inchiesta punta infatti a ricostruire una presunta rete di attività nell’Agro aversano. Un territorio nel quale le dinamiche criminali hanno storicamente trovato terreno fertile e nel quale il controllo delle attività economiche illegali può trasformarsi in una fonte di denaro e, contemporaneamente, di potere. Il gioco clandestino diventa così una delle piste investigative. Un settore apparentemente diverso dalle tradizionali attività estorsive, ma che, secondo l’ipotesi accusatoria, può generare profitti e consolidare rapporti. Il 17 aprile i carabinieri avrebbero individuato una casa da gioco in piazza Petrillo, a Casapesenna. Un blitz. Un luogo preciso. Un altro tassello. Ma per gli investigatori quella scoperta non avrebbe rappresentato la fine delle attività. Al contrario. Secondo la ricostruzione contenuta negli atti, il fenomeno avrebbe continuato a manifestarsi anche successivamente e avrebbe interessato altri centri dell’Agro aversano. È qui che l’inchiesta si allarga. Non più soltanto una stanza. Non più soltanto un tavolo. Non più soltanto una partita clandestina. Gli investigatori cercano di capire se dietro quelle attività ci fosse un’organizzazione più strutturata. Chi portava i giocatori? Chi organizzava i tavoli? Chi raccoglieva il denaro? Chi stabiliva le quote? Chi incassava? Chi controllava? Domande fondamentali. Perché nel mondo della criminalità organizzata il denaro è quasi sempre soltanto una parte della storia. L’altra parte è il controllo. E il controllo, quando si parla di attività illegali, può valere quanto gli incassi. Le carte dell’inchiesta raccontano dunque una realtà nella quale la bisca clandestina sarebbe diventata un terreno di confronto tra uomini e gruppi. Una fonte di guadagno da proteggere. Una torta da dividere. E quando arriva qualcuno che pretende una fetta senza essere incluso negli accordi, il sistema reagisce. Secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe proprio questo ciò che sarebbe accaduto con Diana. Ma qui è necessario fermarsi. Perché c’è una distinzione fondamentale che non può essere cancellata dal clamore della vicenda. Costantino Diana compare nelle carte dell’inchiesta, ma allo stato, secondo quanto riportato, non risulta indagato per la vicenda della bisca. È un elemento decisivo. Il suo nome compare nella ricostruzione delle conversazioni e delle dinamiche investigative, ma questo non equivale a una contestazione formale per quel fatto. Nessuna sentenza definitiva. Nessuna responsabilità accertata. Nessuna condanna per questa vicenda. Le accuse riguardano gli indagati secondo le rispettive posizioni processuali e dovranno essere valutate nelle sedi competenti. Anche per gli altri soggetti coinvolti vale integralmente la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. È la regola. Ed è una regola che non può essere sacrificata al ritmo della cronaca. Ma proprio questa distinzione rende ancora più interessante il contenuto delle carte. Perché gli investigatori non stanno semplicemente raccontando una partita clandestina. Stanno cercando di ricostruire i rapporti tra persone, interessi e denaro. E dentro questa ricostruzione emergono vecchi nomi. Vecchie relazioni. Vecchie appartenenze. Vecchie tensioni. Diana è lo zio di Franco Moccia, quest’ultimo coinvolto nell’inchiesta relativa all’ordigno collocato davanti alla pizzeria Nando’s. Anche questo elemento compare nella ricostruzione investigativa. Ma ogni posizione deve essere valutata separatamente. Un legame familiare non costituisce automaticamente una responsabilità penale. È la magistratura, attraverso gli atti e il processo, a stabilire quali elementi abbiano effettiva rilevanza. Il quadro complessivo, però, secondo gli investigatori, è quello di una presunta riorganizzazione del gruppo Zagaria e di un sistema nel quale le bische clandestine avrebbero avuto un ruolo economico. Ed è proprio il denaro a far emergere le crepe. Perché quando si parla di centinaia, migliaia o più somme provenienti da attività illegali, la domanda è sempre la stessa: chi decide come vengono distribuite? Le intercettazioni diventano allora una finestra su un mondo che normalmente rimane nascosto. Conversazioni frammentate. Parole pronunciate senza sapere che qualcuno le sta ascoltando. Riferimenti a persone. A somme. A incontri. A tavoli. Gli investigatori cercano di ricostruire il significato complessivo di quelle frasi. E in questa ricostruzione compare il contrasto tra Diana e Nobis. ‘O cinese vuole la sua parte. Nobis, secondo le carte, non intende concederla. È una dinamica apparentemente semplice. Ma dentro un contesto criminale, secondo l’accusa, può assumere un peso enorme. Perché la quota non è soltanto denaro. È riconoscimento. È posizione. È potere. Accettare una richiesta significa riconoscere qualcuno. Respingerla significa stabilire un confine. E quel confine, secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stato tracciato con un avvertimento. La tensione avrebbe quindi raggiunto un livello tale da richiedere l’intervento di un intermediario. Ed è qui che entra in scena Serao. Un passaggio che gli investigatori considerano significativo. Il messaggio non sarebbe arrivato direttamente, ma attraverso una persona ritenuta in grado di trasmettere la posizione di Nobis. Un avvertimento. Una risposta. Un modo per dire che la questione era chiusa. Ma cosa c’è davvero dietro questa guerra per le quote? È la domanda che rimane al centro dell’inchiesta. Perché se le bische erano effettivamente organizzate come ipotizzato dagli investigatori, allora il controllo dei tavoli significava controllo di un flusso economico. E controllare un flusso economico significa avere potere. È questa la logica che gli investigatori stanno cercando di dimostrare attraverso gli elementi raccolti. Non soltanto chi partecipava alle partite. Ma chi stava sopra. Chi incassava. Chi distribuiva. Chi impartiva indicazioni. E chi aveva il diritto di dire sì oppure no. Il 17 aprile, con l’individuazione della casa da gioco di piazza Petrillo, quella realtà era emersa anche fisicamente. Un luogo concreto. Tavoli. Giocatori. Denaro. Ma le indagini avrebbero indicato una realtà più ampia. Altri luoghi. Altri contatti. Altri interessi. Un sistema che, secondo la Procura, merita di essere analizzato nella sua interezza. L’inchiesta è coordinata dai pm Vincenzo Ranieri, Alfredo Gagliardi e Vincenzo Toscano. Sono loro a seguire il complesso lavoro investigativo. Diversi i nomi coinvolti. Garofalo. Nobis. Serao. Moccia. E altri indagati. Ma le posizioni processuali non sono tutte uguali. E anche questo va sottolineato. Per alcuni il Riesame ha successivamente annullato il fermo. Significa che il quadro giudiziario è ancora in movimento. Significa che le contestazioni devono passare attraverso il vaglio dei giudici. Significa che l’inchiesta non coincide con una sentenza. È una fase nella quale l’accusa deve essere dimostrata. Gli indagati devono potersi difendere. E ogni elemento deve essere sottoposto alle verifiche previste dalla legge. Ma sul terreno della cronaca resta la fotografia di una tensione. Una fotografia scattata attraverso le carte investigative. Una fotografia nella quale il denaro delle bische sarebbe diventato il punto di frizione tra persone che, secondo l’accusa, gravitavano nello stesso ambiente criminale. La domanda iniziale ritorna. Perché scoppiare una guerra per una quota? Perché un tavolo da gioco dovrebbe diventare motivo di tensione? La risposta, secondo la prospettiva investigativa, sta nel valore economico dell’attività. Una bisca clandestina non sarebbe soltanto un luogo dove si gioca. Sarebbe una macchina capace di generare denaro. E il denaro, nel sistema criminale, è potere. Più incassi significa maggiore capacità di controllo. Maggiore capacità di controllo significa maggiore forza. E quindi ogni quota può diventare una questione di gerarchia. E quando qualcuno pretende una parte che gli altri non intendono riconoscere, il conflitto è inevitabile. È questa la trama che emerge dalle carte. Una trama fatta di soldi, rapporti e pressioni. Una trama che ora dovrà essere verificata nel procedimento. Casapesenna torna così al centro dell’attenzione giudiziaria. Ancora una volta. E ancora una volta al centro ci sono gli affari illegali e le dinamiche di potere. Stavolta il campo di battaglia, almeno secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe stato un tavolo da gioco. Ma dietro quel tavolo ci sarebbe molto altro. Il controllo degli incassi. La spartizione. Le pretese. I rifiuti. Gli avvertimenti. E una domanda che attraversa tutta l’inchiesta: chi comanda davvero? La risposta non può arrivare da una sola intercettazione. Non può arrivare da una sola dichiarazione. Non può arrivare dalle impressioni. Servono prove. Servono riscontri. Servono sentenze. Nel frattempo, però, gli investigatori continuano a ricostruire la presunta rete. E la bisca diventa uno dei punti attraverso i quali leggere una possibile trasformazione degli equilibri criminali nell’Agro aversano. Una trasformazione nella quale vecchi nomi e nuovi interessi si incontrano. Una trasformazione nella quale il denaro resta il motore. E nella quale anche una richiesta di quota può trasformarsi in un segnale di sfida. La storia, per ora, resta nelle carte dell’inchiesta. La magistratura dovrà stabilire cosa sia realmente accaduto. Gli indagati avranno diritto a difendersi. E le responsabilità, se esistenti, dovranno essere accertate con sentenze definitive. Ma una cosa emerge con forza dalla ricostruzione investigativa: nel sottobosco delle bische clandestine dell’Agro aversano, secondo l’accusa, non ci sarebbe soltanto il gioco. Ci sarebbero soldi. E dove ci sono soldi, in un contesto criminale, la posta in gioco può diventare molto più alta di una semplice partita.

RELATED ARTICLES

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Eventi in programma

ULTIME 24 ORE