Una riforma che apre una nuova prospettiva per il sistema penitenziario italiano. Ma anche una riforma che porta con sé interrogativi ai quali la politica dovrà dare risposte chiare. È questa la posizione del Garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà Personale della Provincia di Caserta, Don Salvatore Saggiomo, che accoglie con favore la nuova legge sulla detenzione domiciliare terapeutica destinata ai detenuti tossicodipendenti, senza però rinunciare a evidenziare una profonda contraddizione emersa nel dibattito nazionale. Per il Garante, riconoscere la tossicodipendenza come una patologia da curare rappresenta una scelta di civiltà e un passo importante verso un’esecuzione della pena più conforme ai principi della Costituzione. La dipendenza non può essere affrontata esclusivamente con il carcere, ma richiede percorsi terapeutici, assistenza sanitaria e un autentico progetto di reinserimento sociale. Tuttavia, accanto all’apprezzamento per il provvedimento, Don Salvatore Saggiomo pone una domanda destinata ad alimentare il confronto istituzionale. “Fino a pochi giorni fa il Ministro della Giustizia Carlo Nordio dichiarava che nelle carceri italiane non esisteva alcuna emergenza. Oggi viene approvata una legge che interviene proprio su una delle questioni più delicate del sistema penitenziario. È una contraddizione che merita una spiegazione”. Il ragionamento del Garante parte da un dato evidente. Se davvero il sistema carcerario non fosse in emergenza, perché introdurre una riforma che punta ad ampliare l’accesso a misure alternative per migliaia di detenuti affetti da tossicodipendenza? Se invece si riconosce la necessità di alleggerire gli istituti penitenziari e di favorire percorsi terapeutici esterni, allora significa che le criticità esistono e non possono più essere negate. Per Don Salvatore Saggiomo la nuova legge rappresenta certamente un’opportunità, ma rischia di restare incompiuta senza un adeguato sostegno economico e organizzativo. Le norme, da sole, non cambiano la realtà. Servono investimenti concreti, personale sanitario, psicologi, psichiatri, educatori professionali, operatori dei SerD, comunità terapeutiche sufficienti e un rafforzamento degli Uffici per l’Esecuzione Penale Esterna e dei Tribunali di Sorveglianza. Diversamente, il rischio è quello di alimentare speranze che non potranno trasformarsi in diritti effettivamente esercitabili. Il Garante della Provincia di Caserta ribadisce che la sicurezza dei cittadini e il recupero delle persone detenute non sono obiettivi contrapposti, ma complementari. Curare una dipendenza significa ridurre il rischio di recidiva, favorire il reinserimento sociale e costruire una società più sicura. Per questo motivo la riforma viene accolta positivamente. Ma proprio perché importante, essa deve essere accompagnata da una piena assunzione di responsabilità politica. “Occorre coerenza – osserva Don Salvatore Saggiomo –. Non si può negare l’esistenza di una crisi del sistema penitenziario e, contemporaneamente, approvare misure che nascono proprio dalla necessità di affrontare quella crisi”. Il carcere italiano continua a fare i conti con il sovraffollamento, con una forte carenza di personale sanitario e trattamentale, con servizi spesso insufficienti e con un numero elevato di persone detenute affette da dipendenze patologiche. Una realtà che richiede interventi strutturali e non soltanto annunci. Per il Garante della Provincia di Caserta questa legge può rappresentare un punto di svolta soltanto se accompagnata da risorse adeguate e da una strategia complessiva capace di trasformare le buone intenzioni in risultati concreti. Perché il diritto alla cura, la dignità della persona e la sicurezza collettiva passano attraverso riforme credibili, sostenute da investimenti reali e da una politica che abbia il coraggio di riconoscere le difficoltà del sistema penitenziario senza negarne l’evidenza.









