
Si potrebbe citare a mò di chiave di lettura la frase “tanto tuonò che piovve”, se solo non comportasse rischi. Invece esiste a prescindere e è quello di veder banalizzata e anche sminuita la portata di quanto sta accadendo. Per la precisione ciò ha preso corpo nella parte del mondo definita per convenzione Oriente. Mettendo a fuoco ancor più, è in Persia, come era chiamata un tempo quella realtà geopolitica, Iran come essa è definita oggi.La precisazione è importante perché, se fino a qualche giorno fa era sufficiente indicare Ucraina perchè venisse tirato in ballo ciò che sta facendo la Russia in quel paese e Gaza per introdurre l’argomento di quanto è in atto in Israele, in maniera rigida così da non alimentare dubbi di sorta, dalla metà della scorsa settimana, la storia ha voltato pagina. Ciò significa che, allo stato, al novero dei focolai di guerra che gia bruciavano ad libitum, si è aggiunto un conflitto in piena regola. È quello tra Israele e l’ Iran e, al di là della grande incertezza che esso ha innescato nella popolazione mondiale, c’è da sottolineare che già sono in corso gli aggiornamenti dei programmi ordinari di molti paesi in qualche modo coinvolti, anche di ordinaria amministrazione e ripetitivi. Questa la traccia del tema che si presta a essere sviluppata sotto la luce delle tante diverse sorgenti luminose. La guerra quale evento di impatto immediato, in più elemento condizionante di programmi e piani economici nonchè sociopolitici, è presa in considerazione non come probabilità, bensì quale certezza, di condizionare pesantemente, non certo in maniera occasionale, le economie di tutti i paesi, anche quelli non coinvolti direttamente. Per estensione anche a quella del mondo intero, con lo stesso distinguo che si fa per distinguere l’intero sistema macroeconomico come entità autonoma e la somma delle economie dei singoli paesi.
Quindi le agenzie di rating hanno iniziato, già negli ultimi giorni della scorsa settimana, a inserire la voce “effetti della guerra” nei report periodici che elaborano di routine, quando occorre anche on demand, di qualsiasi soggetto che ne faccia richiesta. In Italia, appunto a completare e aggiornare ipotesi già espresse, è entrata in questa ottica anche la Banca d’ Italia che, per il tramite del Governatore Panetta, ha diffuso ufficialmente un documento programmatico dello sviluppo del Paese in cui viene evidenziato il risultato che tiene conto degli effetti della guerra e un altro che non li considera affatto. È evidente che la divergenza delle conclusioni è più che notevole. Al di là del fatto formale, sottinteso a esso c’é l’elemento concreto che fa accapponare la pelle anche in piena estate. In estrema sintesi, il Primo Inquilino di Palazzo Koch, nel suo ultimo intervento pubblico, fa notare che l’Ufficio Studi di quell’ Istituto Centrale a ragione ha voluto aggiungere, essendo lui d’accordo, non una clausola paracadute, bensì l’inevitabile realtà sulla possibilità di crescita del PIL per il 2025 striminzita già di suo. C’è un altro elemento che non attenua l’ansia: la circostanza che quella posta di rettifica non sia episodica e che continui fin quando non saranno evidenti concreti segnali di cambio di passo per l’umanità intera. Per ora all’orizzonte non c’è nulla che mandi segnali in tal senso. Così diventa difficile anche il solo sperare positivamente. Morale della favola: piove sul bagnato.









