Cesare Pavese: realtà e simbolo
di Antonio Catalfamo
Non è possibile prescindere da alcuni dati biografici fondamentali per capire l’opera di Cesare Pavese.
Nasce “per caso” a Santo Stefano Belbo (Cuneo), nel 1908, perché la famiglia, che vive a Torino, dove il padre è cancelliere in tribunale, si trova in vacanza nella casa di campagna. Ma questa “casualità” è fatale, dettata quasi da un destino, in quanto l’esperienza trascorsa a Santo Stefano Belbo da bambino, durante le vacanze estive, segnerà tutta la vita e l’opera di Pavese. La campagna rappresenta, assieme alla città, uno dei due poli tra i quali oscilla la sua poetica. Significativo, in particolare, l’incontro con un ragazzo più grande di lui, Pinolo Scaglione, appartenente ad una famiglia di falegnami, che gli fa quasi da “maestro di vita”, in quanto depositario del sapere popolare.
Pavese a Torino studia al liceo «Massimo D’Azeglio», che ben presto diventa una “fucina” di antifascisti, sotto la guida sapiente, ma discreta, di un professore, Augusto Monti.
Pavese si laurea poi, nel 1930, in Lettere all’Università di Torino, con una tesi sul poeta americano Walt Whitman. E’ questo l’inizio dei suoi studi sulla letteratura americana, che affascina, negli anni Trenta del secolo scorso, tanti giovani della sua generazione, che vedono l’America come il regno della libertà, in alternativa al regime dittatoriale che domina in Italia. Ma lo scrittore, caduto il fascismo e finita la guerra, rivedrà questa visione “mitica” e giungerà ad una critica aspra della cultura e della società americana.
Pavese assume un ruolo di rilievo all’interno della casa editrice Einaudi, dirigendo, fra l’altro, la rivista «La Cultura». Anche l’Einaudi diventa una “fucina” di antifascisti. La rivista diretta da Pavese viene descritta da una “spia” d’eccezione, lo scrittore Pitigrilli, al servizio della polizia fascista, come una calamita che attira tutta la «limatura di ferro» rappresentata dal fior fiore dell’antifascismo torinese. E, difatti, Pavese viene arrestato, nel 1935, nell’ambito della retata che porta in carcere i più importanti intellettuali che fanno capo al movimento di «Giustizia e Libertà». Viene inviato al confino di Brancaleone Calabro. La riduzione della pena, determinata dalla domanda di grazia ch’egli presenta, su pressione della famiglia, ha suscitato polemiche, perché secondo una parte della critica getta ombre sull’antifascismo di Pavese. E’ una problematica che richiede molto tempo per essere trattata. Qui mi limito a sottolineare un particolare che ho avuto il merito di scoprire e che dimostra come Pavese, tornato dal confino, non abbia beneficiato di un atteggiamento benevolo da parte del regime fascista. Infatti, egli non fu ammesso ad insegnare nella scuola pubblica e fu assunto al liceo privato «Giacomo Leopardi» dal suo ex compagno di banco al ginnasio inferiore e collega all’Università, Ludovico Geymonat, che di quella scuola era proprietario assieme ai fratelli Massara. Geymonat, fervente antifascista durante il «ventennio», diventerà nel secondo dopoguerra il padre della filosofia della scienza italiana, in quanto titolare della prima cattedra della disciplina istituita presso l’Università Statale di Milano.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, Cesare Pavese si rifugia nell’area compresa tra Casale Monferrato e Serralunga di Crea, dove la sorella è sfollata con la famiglia e dove egli insegna come precettore, dietro falso nome, al collegio Trevisio gestito dai padri somaschi.
A ridosso di questa fase, Pavese redige su un block notes una ventina di pagine, in cui esalta il fascismo e persino il nazismo. Queste pagine sono state rinvenute da Lorenzo Mondo, che le ha pubblicate, nel 1990, su «La Stampa» di Torino e sono state riproposte, a settant’anni dalla morte di Pavese, in un corposo volume dall’editore Aragno, che contiene un ampio studio di Francesca Belviso e i commenti di diversi amici dello scrittore e di intellettuali risalenti alla prima uscita delle suddette note controverse che hanno assunto il titolo di Taccuino segreto.
Pavese, a mio avviso, ha espresso in esse giudizi affrettati, dettati dallo stato di sconforto e di confusione in cui si trovava, lontano dai suoi amici, saliti in montagna per combattere contro il fascismo. Difatti risalgono ad un periodo molto circoscritto della vita dello scrittore, perché, già nella stessa fase trascorsa tra Casale Monferrato e Serralunga di Crea, Pavese entra in contatto con gli antifascisti d’ispirazione comunista che operano nella zona. La professoressa Mariarosa Masoero (Università di Torino) ha rinvenuto tre articoli scritti da Pavese sul numero del 4 maggio 1945 de «La Voce del Monferrato» e da lui firmati per conto del Partito comunista. In questi articoli lo scrittore esalta l’antifascismo, specie quello di matrice comunista. La Masoero ha desunto l’attribuibilità degli stessi a Pavese dalla corrispondenza intrattenuto in quel periodo dallo scrittore, per l’appunto, con due antifascisti comunisti, Giovanni Pinto e Michele Vallaro, oltre che da un accurato studio filologico.
Se il Partito comunista permette a Pavese di scrivere suoi documenti ufficiali, vuol dire che il rapporto fiduciario con lo scrittore è consolidato da parecchio tempo.
Dopo la Liberazione, Pavese fa rientro a Torino e il 20 maggio 1945 pubblica, sull’edizione torinese de «L’Unità», giornale del Partito comunista italiano, l’ormai famoso articolo intitolato Ritorno all’uomo, che chiarisce in maniera inequivocabile la sua posizione di condanna nei confronti del fascismo, ch’egli maturerà per tutta la vita.
Il fascismo, secondo Pavese, ha compiuto crimini atroci, ma anche determinato un processo “disumanante” nell’uomo, nonché la sua solitudine.
Occorre, dunque, un «ritorno all’uomo», un «nuovo umanesimo», che consenta agli italiani di riappropriarsi dei valori di democrazia e libertà, restituendo alle parole, violentate dalla retorica fascista, il loro significato e sapore primigenio. La ventina di pagine del cosiddetto «taccuino segreto» non possono cancellare tutto il percorso di vita e letterario tracciato da Pavese nell’arco della sua pur travagliata esistenza, svoltasi all’insegna dell’antifascismo.
Nel dopoguerra Pavese è una figura di vertice della casa editrice Einaudi e scrive diversi romanzi ed opere narrative: Paesi tuoi; Il carcere; Dialoghi con Leucò; Il compagno; La bella estate; Il diavolo sulle colline; Tra donne sole; La luna e i falò. Ma egli aveva esordito nel 1936 come poeta con la raccolta Lavorare stanca, ripubblicata in edizione accresciuta nel 1943.
Vorrei concentrarmi, per ragioni di spazio, sulla concezione che Pavese ha del mito, del suo rapporto con la realtà, quale emerge, nella sua visione più matura, nell’ultimo romanzo, La luna e i falò, uscito nel 1950, poco prima della drammatica morte per suicidio, avventa alla fine di agosto, nell’Albergo Roma a Torino.
E’ necessario precisare i caratteri di quello che definirei il «realismo simbolico» di Pavese. A mio avviso, il simbolismo pavesiano è di tipo dantesco. Dante Alighieri, nella contestata lettera a Cangrande della Scala sul significato delle sacre scritture e, nel contempo, dei propri scritti, individua quattro significati: letterale, che emerge, per l’appunto, dalla lettera dei testi; allegorico, che è il significato di carattere simbolico che si eleva al di sopra di quello letterale; morale, cioè etico, e anagogico, vale a dire di carattere teologico. Lo stesso Dante precisa che il significato di carattere allegorico, simbolico, non elimina quello letterale, che conserva la sua autonomia, E’ quella che si definisce «allegoria dei teologi», che va distinta dall’«allegoria dei poeti», nella quale, invece, il significato simbolico assorbe quello letterale.
Ne La luna e i falò il significato letterale, per l’appunto, conserva la sua autonomia rispetto al soprastante significato simbolico. Lo scrittore, infatti, rappresenta la realtà storico-sociale dell’Italia nell’immediato secondo dopoguerra, in particolare quella che si delinea nell’area tra Langhe e Monferrato in cui si trova Santo Stefano Belbo, ove è ambientato in romanzo.
Anguilla, un trovatello che ha fatto fortuna in America, ritorna nei luoghi in cui ha trascorso infanzia, adolescenza e prima giovinezza. Ma li trova profondamente trasformati. Del vecchio mondo rimane solo Nuto, che rappresenta l’amico falegname Pinolo Scaglione, depositario ‒ come abbiamo già detto ‒ del sapere popolare e, come tale, garante della continuità tra passato e presente.
Tutto il resto è cambiato. Al casotto di Gaminella, dove Anguilla ha vissuto la sua infanzia e la sua adolescenza, non c’è più nessuno della famiglia di Padrino, che lo aveva accolto in casa come un figlio, perché l’ospedale di Alessandria pagava qualche scudo a chi prendeva in adozione trovatelli. Al posto di Padrino e dei suoi familiari ci sono Valino, la cognata, che è la sua amante, la suocera inebetita, e il figlio Cinto, un bambino zoppo e malaticcio. La situazione di Valino è peggiore di quella di Padrino. Quest’ultimo era un piccolo proprietario terriero che già stentava a vivere con i prodotti scarsi del suo appezzamento di terreno, troppo limitato. Valino è addirittura un mezzadro, cioè deve dare metà del prodotto già insufficiente al sostentamento della sua famiglia alla padrona.
La miseria lo rende scontroso, violento: picchia continuamente le donne di famiglia, il figlio Cinto, il cane. Ad un certo punto, in preda alla disperazione, uccide la cognata e la suocera, dà fuoco al casotto di Gaminella. Cerca di uccidere anche Cinto, ma non ci riesce.
Pavese, attraverso la condizione di Padrino e di Valino, vuole rappresentare quella dei piccoli proprietari terrieri e dei mezzadri nell’immediato secondo dopoguerra. C’è nel romanzo un ciclicità in peius: la condizione di Valino è peggiore di quella di Padrino; quella di Cinto è peggiore di quella di Anguilla adolescente, perché il ragazzino è zoppo, assomma alla povertà la malattia fisica.
Anche alla Mora, la grande cascina nella quale Anguilla ha vissuto come servitore la sua prima giovinezza, le cose sono cambiate in peggio. Allora il sor Matteo gestiva con intelligenza alacre l’ampia proprietà terriera che circondava la cascina. Le figlie vivevano una vita spensierata, corteggiate da giovanotti piccolo o medio borghesi, e partecipavano alle feste che si svolgevano al Nido, per iniziativa della signora della villa, che apparteneva ad una classe superiore. Perciò esse, che non erano più contadine, ma non erano ancora signore, agognavano di essere invitate a quelle feste.
Attraverso il sor Matteo e la sua famiglia Pavese rappresenta la classe borghese agiata che, nell’immediato secondo dopoguerra, prospera e costituisce uno dei pilastri che sorreggono il regime fascista. Questa classe è frivola, priva di valori. Le figlie del sor Matteo sono superficiali, la loro cultura è quella dei fotoromanzi, i giovani corteggiatori sono anch’essi vuoti.
Pure la Mora va incontro al destino di morte che avvolge il casotto di Gaminella. Le figlie del sor Matteo fatto tutte una fine drammatica. La prima, Irene, sposa uno spiantato, che in poco tempo dilapida la parte di eredità della Mora che spetta alla moglie. La seconda, Silvia, ha storie fallimentari con uomini privi di ogni dimensione morale e muore in seguito ad un tentativo di aborto. La terza, Santina, viene uccisa dai partigiani, perché fa la cagnetta con fascisti e tedeschi, e il suo cadavere viene bruciato.
Anguilla non si riconosce più in questo mondo. Perciò decide di ripartire. Prima, però, affida Cinto a Nuto, perché lo educhi e gli insegni un mestiere con cui guadagnarsi da vivere.
Nuto e Anguilla rappresentano, a loro volta, due correnti diverse della sinistra italiana del secondo dopoguerra. Nuto, incalzato da Anguilla a precisare il suo rapporto con la lotta partigiana, alla quale non ha partecipato direttamente, limitandosi a sostenerla dall’esterno, dice «io non avevo che una pialla e uno scarpello», per significare che la realtà politica e sociale dell’Italia, anche quella post-bellica, può essere migliorata con un lungo lavoro di riforme graduali. Anguilla sostiene, nei suoi dialoghi serrati con l’amico, che la sinistra, quando aveva il coltello dalla parte del manico, durante la Resistenza armata, doveva andare fino in fondo e fare la rivoluzione. Rappresenta, per l’appunto, l’ala rivoluzionaria della sinistra.
Quello sin qui esposto è il significato letterale, storico-sociale de La luna e i falò. Una parte della critica, soprattutto di matrice anglo-sassone, si è fermata a questa dimensione. Mi limito a richiamare gli studi di Brian Moloney.
Ma, a mio avviso, bisogna andare al di là e cogliere il significato simbolico del romanzo, che si eleva al di sopra di quello letterale, in armonia con il simbolismo dantesco.
Il mito in Pavese si configura come «destino». «Mito» viene dal greco «mùtos», che vuol dire «racconto». Giustamente Mario Untersteiner, illustre filologo e filosofo, ha rilevato, recensendo i Dialoghi con Leucò di Pavese, al loro primo apparire, nel 1947, che nel «mito» greco apparentemente si parla di dei, semidei ed eroi, ma, in sostanza, si vuol parlare dei problemi eterni degli uomini. Il fatto che questi eventi e questi problemi si ripetano nei secoli, anzi nei millenni, significa ch’essi rispondono ad un «destino». Il «mito » si configura, dunque, come «destino»,
Ma, scrive Pavese in una pagina del suo diario, Il mestiere di vivere, pubblicato postumo, «L’ubris è il conoscere un oracolo e non tenerne conto». Pavese interpreta il termine greco «ubris» nel significato di «sfrontatezza», «ribellione».
L’esistenza di un destino non libera, quindi, gli uomini dalle loro responsabilità. Essi debbono ribellarsi a questo «destino», pur nella consapevolezza della sua ineluttabilità.
E’ questo il significato simbolico de La luna e i falò. E, difatti, Anguilla non si arrende, innanzitutto, al proprio destino di miseria, parte per l’America e diventa ricco.
In secondo luogo, non subisce, a differenza di tanti altri, come un destino la condizione di illibertà dell’Italia dominata dalla dittatura fascista. Prima di partire per l’America, entra in contatto con la Resistenza, a Genova, per combattere il fascismo, viene scoperto ed è costretto ad espatriare.
In terzo luogo, non si rassegna al destino del paese, si ribella all’idea che rimanga preda delle vecchie classi dominanti. Invita Nuto a mettersi in contatto con la città, con un deputato di Asti, per organizzare le lotte per il riscatto delle classi meno abbienti.
In quarto luogo, non accetta passivamente il destino di Cinto, lo affida a Nuto affinché gli assicuri un futuro dignitoso.
La poetica de La luna e i falò rimanda a quella dell’ultimo Leopardi, quello della Ginestra, per intenderci, che invita gli uomini a solidarizzare fra di loro per opporsi al destino, pur nella consapevolezza della sua inevitabilità.
Leopardi è morto giovane. Se fosse vissuto più a lungo, forse sarebbe giunto a soluzioni di poetica ancor più avanzate e progressive. Dal suo epistolario apprendiamo che intendeva lavorare ad un trattato sui comportamenti degli uomini che poteva delineare prospettive rivoluzionarie.
Anche Pavese è morto giovane. Anche lui avrebbe potuto spingere la sua poetica al di là di quella che emerge da La luna e i falò, oscillante tra destino e speranza. Ci mettono sulla buona strada i suoi scritti teorici raccolti postumi da Italo Calvino nel volume La letteratura americana e altri saggi, specialmente quelli sull’ultima fase della sua vita. Da essi emerge un processo sempre più marcato di razionalizzazione del mito. Non procedo in questa sede ad un ulteriore approfondimento, perché il discorso sarebbe troppo lungo e specialistico.
Un’ultima notazione sulla lingua utilizzata da Pavese, che richiama la soluzione adottata da Verga nella fase verista. Si tratta di quella che potremmo chiamare la «tecnica della bilancia». Egli abbassa, da un lato, la lingua, liberandola delle forme “auliche”, attingendo al parlato. Dall’altro lato, innalza il dialetto depurandolo dalle forme più localistiche e municipalistiche. Anche qui siamo lungo la linea tracciata da Dante nel De vulgari eloquentia, nel quale il «sommo poeta» sostiene che la soluzione che gli scrittori italiani debbono adottare è quella trovata dalla Scuola poetica siciliana, dai toscani e fiorentini, Cino da Pistoia e «un altro» (cioè Dante stesso, che non si nomina per modestia): affinare, da un lato, il volgare attingendo al latino e al provenzale e liberarlo, dall’altro lato, delle forme più municipalistiche. E’ la lingua «mescidata» o «mistilinguismo» o «plurilinguismo», contrapposto al «monolinguismo», cioè al volgare “aulico” del Petrarca. Questi due filoni, dantesco e petrarchesco, secondo Gianfranco Contini, si ripropongono lungo tutto il corso della letteratura italiana, fino a quella contemporanea.
La tessa tecnica indicata come esempio da Dante viene utilizzata da Pavese. Egli, da un lato, abbassa la lingua attingendo a forme dialettali, come l’ellissi, l’anacoluto, la brachilogia, dall’alto lato, innalza il dialetto utilizzando parole che hanno un’origine “aulica”: ad esempio dice «albere» per dire «pioppi». E qui basta ricordare che in latino i nomi delle piante sono al femminile. Una soluzione, la sua, che affonda le radici nella storia della lingua e della letteratura italiana e nella plurisecolare «questione della lingua», e, nel contempo, originale, in quanto adattata al contesto storico-culturale specifico in cui egli si trova ad operare.
Una parte autorevole della critica (Alberto Moravia e, seppur con minore accentuazione negativa, Carlo Salinari) ha inserito l’opera di Cesare Pavese nell’ampio arco «decadente» descritto dalla letteratura italiana, in quanto è presente in essa una forte angoscia esistenziale, che lo scrittore non riuscirebbe a superare in positivo. Di recente, Guido Baldi ha parlato di un «conflitto fra due tendenze opposte: da un lato si collocano tentazioni regressive e decadenti, caratterizzate dal fascino dell’irrazionale, del barbarico e del “selvaggio”, dal culto dell’infanzia, dal rifiuto della storia e dall’immersione sensuale ed estatica nella realtà immobile della natura, dal vagheggiamento della dimensione senza tempo del mito; […] dall’altro lato risalta un interesse conoscitivo autentico per la realtà nella sua concreta fisionomia sociale e storica, quindi si profila l’esigenza di contrapporre alle tentazioni irrazionali ed evasive il lógos, la “maturità”, l’affermazione dei valori della civiltà, della giustizia sociale e del progresso, il dovere di un inserimento attivo nella storia».
Giuseppe Petronio ha avuto modo di sottolineare come nel migliore neorealismo italiano convivano angoscia esistenziale del passato e speranza del cambiamento sociale nel presente e nel futuro.
Enzo Siciliano ha sottolineato, da parte sua, come Pavese abbia saputo innestare magistralmente il mito sul ceppo della realtà.
Ma, a mio avviso, l’interprete più autentico dell’opera mitica pavesiana rimane Mario Untersteiner, la cui Fisiologia del mito, per ammissione dello stesso scrittore langarolo, costituisce per lui un esempio da seguire. E, difatti, Pavese ha fatto tesoro della lezione del filosofo e filologo trentino: la sua opera segna un passaggio progressivo dal «mito» al «logo», così come è avvenuto, secondo Untersteiner, nella civiltà greca classica.
Antonio Catalfamo










