Oggi non vi parlo di miti, di cultura o di leggende napoletane.
Oggi vi parlo di un pensiero. Di una condizione. Di una nostalgia.
Quella che abbiamo provato tutti.
E che, un giorno, proveranno anche i nostri figli.
Perdonate la mia malinconia ma stasera va così:
Ci sono porte che si chiudono una sola volta, e fanno più rumore di tutte le altre.
È la porta della casa dei genitori, quella dove sei cresciuto, dove le pareti sanno il tuo nome.
E quando i genitori non ci sono più, lasciarla è come dire addio due volte. Si entra per l’ultima volta e il silenzio è diverso, non è pace, è assenza.
Il profumo del caffè della mattina non c’è più, sul tavolo manca la tovaglia che metteva sempre lei. Nel corridoio c’è ancora l’ammaccatura sul muro fatta con la palla quando avevi 8 anni, apri i cassetti e trovi cose che non servono a niente e a tutto: scontrini, occhiali rotti, il biglietto del cinema del 1998, le chiavi di riserva.
Ogni oggetto è una storia, e scegliere cosa portare via fa male, perché significa scegliere quali ricordi salvare e quali lasciare lì. La cucina sembra più piccola senza di loro che ci parlavano.
La camera da letto è solo un letto rifatto per l’ultima volta.
Il bagno sa ancora del loro shampoo. Ti ritrovi a parlare da solo: “Mamma, dove tenevi le buste?”
E la casa non risponde, perché la voce che la faceva viva non c’è più. La cosa più difficile non sono i mobili da svuotare, sono i pomeriggi di domenica, è il Natale in quella sala, è il “torna presto” detto sulla porta, e quando carichi l’ultima scatola in macchina, ti giri.
Guardi la porta, il citofono col cognome, la piastrella rotta che nessuno ha mai cambiato.
E capisci che da domani quella non sarà più “casa tua”. Sarà “la casa di prima”, c’è un senso di colpa stupido: “E se la tradisco andandomene?”
C’è rabbia: “Perché devo farlo io?”
E c’è una tenerezza immensa: “Grazie per tutto quello che è stato qui dentro”. Lasciare quella casa non significa dimenticare.
Significa portare con te i muri dentro, il modo in cui tuo padre sistemava gli attrezzi, il modo in cui tua madre stendeva i panni, le litigate e le risate. Fa male, fa malissimo, è un lutto dentro un altro lutto.
Ma a un certo punto chiudi, giri la chiave, e ti accorgi che una parte di loro viene con te, perché la casa non era solo mattoni, erano loro, e ovunque andrai, ci sarà sempre un pezzo di quella cucina, di quella porta, di quella vita.
Perché alcune case non si lasciano mai davvero. Si portano.
“La porta socchiusa”
Domani chiudo dietro di me.
E porto via il suono dei vostri passi sul pavimento,
quello che la sera diceva “siamo a casa”.
Porto via la risata di papà,
quella che sentivo quando accendeva il barbecue
mentre il fumo gli segnava le rughe.
E le mani di mamma,
infarinate,
che aggiustavano tutto
anche quando non c’era niente da aggiustare.
Il tavolo è già nudo.
Il sugo non borbotta più.
Il grembiule è piegato sulla sedia,
ad aspettare un abbraccio che non torna.
Io spengo la luce.
E il buio risponde al posto vostro.
Non porto via molto:
la cenere che sa di domeniche,
l’odore di pomodoro sul cotone,
e la vostra voce rimasta
tra le mattonelle della cucina.
Vado.
Ma lascio la porta socchiusa.
Così se un giorno il vento passa di qui
possa ancora sentirvi ridere.
Antonietta Cacace










