di Remo Girotti
Il “no” di Giuseppe Conte alla patrimoniale ha provocato una frattura interna nel Movimento 5 stelle, dove in molti vedono nella tassa sui grandi patrimoni un simbolo di giustizia sociale e una bandiera storica. Quando l’ex premier ha dichiarato che la misura “non è all’ordine del giorno”, ha preso le distanze non solo da Elly Schlein, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ma anche dal segretario della Cgil Maurizio Landini, che chiede “un contributo dai ricchi, ossia da chi possiede più di due milioni di euro”.
Le tensioni interne e il cambio di linea
Nel Movimento il malumore è palpabile. Diversi parlamentari giudicano “un’uscita infelice” quella del presidente, ricordando che appena un anno fa “alla Camera avevamo presentato un emendamento alla manovra per introdurre una patrimoniale progressiva dai 4,5 milioni in su”. Molti citano anche Pasquale Tridico, oggi capodelegazione M5s a Bruxelles, che fu tra i primi a proporre una patrimoniale europea con un’aliquota minima del 2% sui patrimoni sopra i 100 milioni. Allora Conte l’aveva appoggiata. Oggi, invece, pare più preoccupato di non offrire un facile bersaglio alla destra in vista delle prossime elezioni regionali.
Appendino e Fico controcorrente
Nessuno vuole aprire un fronte pubblico contro il presidente appena rieletto, ma le critiche cominciano a emergere. La più esplicita è Chiara Appendino, che ha scritto sui social: “Una tassa di solidarietà per i super-Paperoni non è ideologia, è giustizia sociale. Il M5s non può sottrarsi a questa battaglia”. Più misurato Roberto Fico, candidato in Campania, che ha ricordato “il principio solidaristico della Costituzione, secondo cui chi ha di più deve dare a chi ha di meno”.
Dietro le quinte, anche la senatrice Alessandra Maiorino, la deputata Gilda Sportiello e il capogruppo Riccardo Ricciardi esprimono disagio per la svolta moderata del leader. Un fastidio che, per ora, resta sommerso ma che segna un punto di non ritorno: la rinuncia alla patrimoniale rischia di diventare per Conte il primo vero atto di separazione da quella sinistra sociale con cui aveva cercato di ricostruire l’identità del Movimento.









