Il nuovo capitolo dell’inchiesta che scuote l’area nord di Napoli e il Giuglianese riaccende i riflettori sul rapporto di forza tra due dei clan più radicati e potenti della storia della camorra: i Licciardi dell’Alleanza di Secondigliano e i Mallardo di Giugliano. Un rapporto complesso, fatto di equilibri fragili, patti siglati nel silenzio e crisi interne sedate solo dall’intervento dei vertici storici. Tra le rivelazioni che emergono dagli atti investigativi spicca quella secondo cui il boss Francesco Mallardo, detto “Ciccio ‘e brezza”, sarebbe stato costretto a intervenire direttamente per evitare che i fratelli del cosiddetto “principino” – uno dei giovani rampolli dei Licciardi – venissero colpiti durante un momento di tensione interna. “Non si possono toccare”, avrebbe detto Mallardo, imponendo una linea netta e confermando il peso politico del clan Licciardi anche al di fuori dei confini di Secondigliano. Questa vicenda permette di ripercorrere la storia intrecciata dei due gruppi, che per decenni hanno condiviso affari, alleanze e strategie criminali nell’ambito di una delle organizzazioni più influenti del panorama mafioso italiano. I Licciardi, guidati dalla figura carismatica e spietata di Gennaro Licciardi “’a scigna”, sono stati tra i fondatori dell’Alleanza di Secondigliano insieme ai Contini e agli stessi Mallardo. Un’associazione stabile, operativa e fortemente organizzata, modellata su una struttura quasi aziendale, capace di controllare traffici internazionali di droga, estorsioni capillari, investimenti immobiliari e imprese pulite. Alla morte di Gennaro, la leadership passò alla sorella Maria Licciardi, la “pasionaria” del clan, la donna che impose una linea più moderna e invisibile, limitando gli omicidi, favorendo gli affari e consolidando gli accordi con gli altri clan della federazione. Sul versante opposto, ma alleati da sempre, i Mallardo rappresentano la colonna portante del potere criminale nel giuglianese, eredi di una tradizione che affonda le radici negli anni ’70, quando Domenico e Francesco Mallardo riuscirono a trasformare un gruppo locale in una potenza economico-militare temuta da tutti. La loro ascesa fu segnata da una feroce guerra con i Maisto, culminata nella strage del ’79 al bar “Della Notte”, un’esecuzione che decretò il controllo assoluto dei Mallardo su Giugliano e aree limitrofe. L’ingresso nell’Alleanza di Secondigliano sancì definitivamente la loro proiezione metropolitana: non più solo un clan territoriale, ma un attore strategico capace di influenzare equilibri e decisioni che riguardavano tutta la provincia di Napoli. Proprio la solidità di questa alleanza spiegerebbe l’intervento diretto di Francesco Mallardo nel caso dei fratelli del “principino”, un gesto che evidenzia come la famiglia Licciardi goda di un’immunità interna riconosciuta e non negoziabile. Gli equilibri tra i due clan si fondano infatti su un sistema di rispetto reciproco, spartizione degli affari e una precisa gerarchia di valori criminali. Colpire un Licciardi, anche solo un giovane, significherebbe mettere in discussione l’intero assetto dell’Alleanza, scatenando una reazione a catena potenzialmente devastante. L’episodio mostra inoltre come, nonostante arresti eccellenti, pentimenti e maxi-operazioni, i clan storici riescano ancora a mantenere una capacità decisionale verticale, con figure anziane – spesso detenute da anni – che continuano a esercitare un ruolo di mediazione fondamentale. Mallardo, in questo schema, rimane il garante degli equilibri nel nord della provincia, mentre i Licciardi continuano a rappresentare la mente strategica della federazione. Le indagini in corso cercano ora di definire la portata delle tensioni interne, gli interessi economici in gioco e la rete di complicità che permette ancora alla vecchia guardia di mantenere potere e autorevolezza. Ma una cosa appare chiara: l’episodio dei fratelli del “principino” non è un fatto isolato, bensì uno squarcio che rivela ancora una volta l’esistenza di un sistema camorristico che opera con logiche ferree, codici d’onore, pressioni sotterranee e una capacità di autoconservazione che supera il tempo e le generazioni.









