Addio a Massimiliano Cencelli: il funzionario diventato verbo della politica italiana
Ci sono uomini il cui nome definisce un’epoca e poi ci sono uomini il cui cognome definisce una grammatica. Massimiliano Cencelli apparteneva, quasi suo malgrado, a questa seconda e rarissima categoria. Si è spento a Roma all’età di 90 anni lo storico funzionario della Democrazia Cristiana, inventore di quel metodo di ripartizione proporzionale delle cariche che avrebbe segnato la Prima Repubblica e continuato a guidare la Seconda.
Sorprende sempre ricordare un dettaglio che suona quasi come un paradosso ironico: Cencelli non fu mai eletto parlmentare o ministro. Eppure, per decenni, le nomine dei governi, dei sottosegretariati, degli enti pubblici e dei consigli di amministrazione della Repubblica Italiana sono passate per la sua invenzione.
La genesi di una formula aritmetica
L’episodio fondativo risale al Congresso della Democrazia Cristiana del 1967 a Milano. Nel bel mezzo di una fase convulsa per il partito scudocrociato, la corrente dei “pontieri” guidata da Adolfo Sarti ottenne circa il 12% dei consensi. Di fronte all’ennesimo vicolo cieco della politica italiana — la spartizione delle cariche senza scontentare nessuno —, l’allora giovane funzionario Cencelli ebbe l’intuizione decisiva: prendere in prestito la logica societaria del diritto privato.
“Facciamo come nei consigli di amministrazione delle società”, spiegò Cencelli. Le cariche, i ministeri e i posti di potere dovevano essere distribuiti esattamente in proporzione alle “azioni” (ossia ai voti) detenute da ogni singola corrente.
Un’equazione algebrica prestata alla democrazia per trasformare il caos delle ambizioni personali in un’intesa numerica prevedibile e inattaccabile.
Il “Manuale” che non fu mai scritto
È proprio qui che risiede il fascino mitologico della figura di Cencelli. Giornalisti, politologi e osservatori hanno cercato per cinquant’anni di scovare una copia fisica del suo leggendario “Manuale”. La verità è che il Manuale Cencelli non è mai esistito sulla carta: non vi era alcun tomo rilegato né alcuna norma codificata. Era un’idea, un algoritmo mentale, una consuetudine non scritta che divenne la colonna portante degli equilibri di palazzo.
Col passare dei decenni, mentre i partiti storici si dissolvevano e le ideologie cedevano il passo ai leader della Seconda e Terza Repubblica, il “Cencelli” è rimasto un punto fisso. Ogni volta che un premier ha dovuto comporre la squadra di governo bilanciando correnti, coalizioni e alleati recalcitranti, la famosa battuta è tornata d’attualità: «Si applica il manuale Cencelli».
L’eredità di una figura d’altri tempi
Con la scomparsa di Massimiliano Cencelli se ne va uno degli ultimi testimoni di quella stagione democristiana fatta di interminabili vertici a porte chiuse, compromessi eleganti e calcolatrici alla mano. Ma la sua eredità gli sopravvive, intrecciata al linguaggio comune: pochi possono vantare di aver visto il proprio cognome trasformarsi nel sinonimo stesso dell’equilibrio e della spartizione politica.
* Opinionista e Ex Coordinatore Giovanile lg 64 della DC 1983-1984









