venerdì, Dicembre 12, 2025
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Condannata a 2 anni e 4 mesi la “vendicatrice seriale” del #revengeporn

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Una vicenda che intreccia tradimento, rabbia, manipolazione digitale e vendetta personale si è conclusa con la sentenza del tribunale di Prato che ha condannato in primo grado una sessantenne lombarda e suo figlio trentenne a pene detentive per i reati di Revenge Porn, stalking, sostituzione di persona e diffamazione: la madre 2 anni e 4 mesi, il figlio 1 anno e 8 mesi. Il modus operandi della ‘vendicatrice’ era così orchestrato: con profili falsi sui social contattava uomini che lei riteneva “infedeli”, fingendosi ragazza, li adescava con messaggi erotici, scambiava chat ed immagini e poi inviava il materiale — screenshot di chat, video, foto intime — alle compagne dei traditi, alle loro famiglie e ai colleghi di lavoro. In alcuni casi spediva materiale stampato per raccomandata al domicilio della partner; in altri pedinava la vittima insieme al figlio per raccogliere prove materiali da inviare ai contatti. La donna si descriveva come una “giustiziera dei tradimenti” e operava dall’abitazione di famiglia in Lombardia, selezionando vittime anche a caso solo per il presunto scopo di “difendere” donne tradite. ¡ Il reato di revenge porn — disciplinato in Italia dall’articolo 612-ter del codice penale — prevede pene da uno a sei anni di reclusione e una multa da 5 000 a 15 000 euro. In questo caso il processo si è svolto con rito abbreviato, motivo per cui la pena è stata diminuita rispetto al massimo. La sentenza è significativa perché riconosce la gravità del crimine digitale: la diffusione di immagini intime senza consenso non è solo una violazione della privacy ma una violenza che può durare anni, con effetti psicologici devastanti per le vittime. «Diffondere video e foto intime crea alla vittima una violenza infinita, visto che quelle immagini possono continuare a girare per anni» ha commentato l’avvocata della parte civile Carla Garofalo. La condanna arriva in un contesto in cui il fenomeno del revenge porn è in crescita: l’uso dei social, la facilità di scambio e la cultura del contenuto digitale rendono vulnerabili molte persone, spesso donne, che vedono la loro dignità violata e la loro vita esposta e devastata. In questo caso il valore simbolico è duplice: da un lato colpisce uno degli schemi di azione criminale meno “tradizionali” — il reato digitale — e dall’altro mostra come la vendetta personale, con strumenti moderni, possa generare danni permanenti. Il tribunale ha deciso che non si tratta di un semplice “scherzo” o di una lite privata, ma di un comportamento sistematico, reiterato, con piena consapevolezza delle conseguenze e volontà di danneggiare. Il giudice ha anche disposto risarcimenti a favore delle vittime costituite parte civile. La madre condannata dovrà inoltre pagare le spese processuali e l’interdizione temporanea dai ruoli sociali attivi come misura accessoria. La vicenda solleva anche una riflessione più ampia sulla prevenzione e sull’educazione digitale: conoscere i diritti, capire il consenso, sapere che dietro uno schermo ci sono persone con una vita. I genitori, le scuole e le piattaforme hanno responsabilità. Come ha scritto un esperto in materia di cyberviolenza: «Quando un’immagine privata diventa arma, la società intera è chiamata a reagire». In conclusione, la condanna di 2 anni e 4 mesi rappresenta un passo importante nella tutela delle vittime di violenza digitale: un segnale che la legge è in grado di intervenire anche al di là della cronaca fisica, nel mondo immateriale del web. Tuttavia, resta molto da fare perché ogni singola condivisione illecita rappresenta un trauma. Le istituzioni, le piattaforme, i cittadini – tutti devono aumentare la guardia affinché il “clic” non diventi il prologo di un dolore eterno.

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