Il Veneto oggi è una regione che corre, frena, inciampa e riparte. Una terra che vive in una tensione costante tra ciò che è stata e ciò che sta diventando. Basta guardare le ultime 48 ore per capire che qui non esiste immobilità: esiste solo movimento, spesso disordinato, a volte visionario, altre volte dettato dalla necessità. Le notizie scorrono come acqua alta: arrivano, travolgono, si ritirano lasciando segni profondi.
La prima immagine arriva dalla cronaca, quella che non ti lascia respirare. La liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò, i due italiani detenuti in Venezuela, ha scosso l’intera regione come un fulmine improvviso. Le reazioni istituzionali sono arrivate a catena: il sindaco Brugnaro ha parlato di “serenità restituita a una comunità intera”, mentre la Regione ha espresso “attesa e sollievo” per il ritorno a casa. È un fatto internazionale, certo, ma il Veneto lo ha vissuto come una ferita personale. Perché qui, quando uno dei tuoi è lontano, lo senti come se fosse tuo figlio.
Ma la cronaca è solo la superficie. Sotto, il Veneto è un cantiere aperto. Un cantiere gigantesco, fatto di progetti, ritardi, ambizioni e paure. Il PNRR è la parola che rimbalza ovunque, come un mantra e una minaccia allo stesso tempo. Secondo un’analisi di Corriere della Economia, in Veneto sono attivi 23.850 progetti finanziati dal Piano, per un valore complessivo di oltre 14 miliardi di euro. Numeri enormi, che raccontano una regione che vuole correre. Ma la corsa è inciampata: solo il 12,7% dei progetti procede secondo i tempi previsti, mentre la maggior parte viaggia con un avanzamento tra il 30% e il 40%. Il rischio di non completare tutto entro la scadenza del 31 agosto 2026 è reale, concreto, quasi inevitabile.
E mentre i cantieri arrancano, le imprese guardano al mondo con un misto di ansia e determinazione. Le tensioni internazionali, dal Mar Rosso all’Ucraina, stanno colpendo l’export veneto come un vento contrario. Le associazioni industriali, intervistate dal TGR Veneto, parlano di ritardi nelle consegne, costi di trasporto alle stelle, e una crescente incertezza nei mercati asiatici. Il Veneto vive di export: vino, macchinari, moda, tecnologia. Ogni crisi globale è una crepa nelle fondamenta.
E poi c’è l’energia. Le imprese venete, secondo i dati raccolti da ANSA2030, temono un nuovo aumento dei costi energetici legato alle tensioni in Medio Oriente. Le aziende più energivore — vetro, ceramica, siderurgia — sono in allerta. Il Veneto è una regione che produce, e per produrre serve energia. Senza energia, tutto si ferma. E quando il Veneto si ferma, l’Italia traballa.
Ma non è solo un tempo di paure. È anche un tempo di progetti che guardano avanti. A Verona, la Camera di Commercio ha inaugurato una mostra dedicata ai Giochi Olimpici Milano‑Cortina 2026, un evento che la regione vive come una promessa di rinascita e visibilità internazionale. Le infrastrutture legate ai Giochi sono in ritardo, certo, ma rappresentano una delle poche visioni condivise: un Veneto che vuole mostrarsi al mondo, non solo guardarlo da lontano.
E poi c’è la questione demografica, la più silenziosa e la più devastante. Secondo i dati elaborati da Ance Veneto e riportati dal Corriere della Economia, la popolazione italiana è diminuita di quasi un milione di persone tra il 2018 e il 2023, ma il numero di famiglie è aumentato di oltre 714.000 unità. Il Veneto non fa eccezione: più nuclei piccoli, più solitudine, più domanda di case diverse, più bisogno di servizi che ancora non esistono. È una trasformazione lenta, ma inesorabile. Una trasformazione che cambia il modo in cui viviamo, lavoriamo, costruiamo.

In mezzo a tutto questo, il Veneto resta una regione che non si arrende. Una regione che si lamenta, sì, ma che poi si rimbocca le maniche. Una regione che ha paura del futuro, ma che continua a costruirlo. Una regione che vive di contraddizioni: ricca e fragile, moderna e antica, industriale e rurale, globale e profondamente locale.
Il quadro generale è questo: un Veneto che corre su un filo teso, con il vento contro e il mondo che cambia troppo in fretta. Un Veneto che deve fare i conti con ritardi, crisi energetiche, tensioni internazionali, trasformazioni sociali. Ma anche un Veneto che ha progetti, ambizioni, visioni. Un Veneto che non vuole restare indietro.
E forse è proprio questa la sua forza: non la certezza, ma la volontà. Non la stabilità, ma il movimento. Non l’assenza di problemi, ma la capacità di affrontarli.
Il Veneto oggi è un cantiere. E come tutti i cantieri, è rumoroso, imperfetto, pieno di polvere. Ma è vivo. E continua a costruire.









