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Crosetto: “Niente navi da guerra in più a Hormuz”. L’Italia frena sull’escalation e chiede una linea europea comune

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ROMA – “Non è il momento di mandare navi da guerra in più in una zona di guerra. Casomai sarebbe da toglierne qualcuna”. Con queste parole il ministro della Difesa Guido Crosetto mette in guardia sui rischi di un’ulteriore militarizzazione dello Stretto di Hormuz, mentre la crisi tra Iran e Stati Uniti-Israele continua a produrre effetti geopolitici ed economici a catena. La priorità, per il titolare della Difesa, resta la ricerca di una soluzione diplomatica e una posizione europea condivisa.

“Se dura di più diventa un guaio mondiale”

Nell’intervista rilanciata in queste ore, Crosetto evita previsioni sulla durata del conflitto, ma indica una soglia critica: la speranza è che “duri il meno possibile”, perché se dovesse prolungarsi “diventa un guaio mondiale”. Il riferimento è soprattutto al rischio di ricadute sulle catene di approvvigionamento e sull’energia, con conseguenze dirette per famiglie e imprese.

Hormuz, il collo di bottiglia dell’energia globale

Hormuz è uno dei principali chokepoint del pianeta: secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 attraverso lo Stretto sono transitati in media circa 20 milioni di barili al giorno, equivalenti a circa il 20% dei consumi globali di liquidi petroliferi.
Non solo petrolio: sempre secondo EIA, nel 2024 circa il 20% del commercio mondiale di GNL ha attraversato Hormuz, soprattutto con export dal Qatar.

In questo quadro, la tensione sul traffico marittimo resta alta: il settore marittimo internazionale ha classificato lo Stretto come “zona di operazioni belliche”, con circa mille navi bloccate nell’area nelle fasi più acute dell’allerta.

Il nodo: “azione collettiva” e multilateralismo

Crosetto insiste sul fatto che la partita di Hormuz non riguarda solo l’Europa: “ad Hormuz passa una quota enorme del commercio mondiale”, con interessi diretti anche di Paesi come Cina, India e Giappone. Da qui l’idea di una risposta che punti a “sterilizzare” la zona e a tenere la crisi energetica “fuori il più possibile dalla vita reale” di persone e imprese, rilanciando – nella prospettiva italiana – un approccio multilaterale anche in sede Onu.

Coordinamento con Londra e Berlino

Parallelamente, sul piano politico-diplomatico, Italia, Regno Unito e Germania stanno discutendo opzioni per garantire la libertà di navigazione e la sicurezza delle rotte commerciali: un lavoro “congiunto” confermato nei giorni scorsi anche da fonti britanniche.

Nuovi attacchi e paura sul trasporto marittimo

Nel frattempo proseguono le segnalazioni di incidenti nel quadrante: tre navi (tra cui portacontainer e cargo) sarebbero state prese di mira in successione, con Teheran che ha accompagnato la fase più tesa con dichiarazioni minacciose sulle rotte energetiche.

La linea italiana, riassunta dal ministro, resta dunque di prudenza: evitare mosse che possano trasformare la deterrenza in escalation e lavorare per una risposta coordinata “europea e collettiva” che protegga le rotte senza trascinare ulteriormente l’area in una spirale militare.

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