Missione umanitaria internazionale sfida il blocco israeliano: a bordo medici, giuristi, ONG e volontari da 70 Paesi. Obiettivo: consegnare aiuti e riportare l’attenzione globale sulla crisi nella Striscia.

È partita questa mattina dal porto di Barcellona la nuova Global Sumud Flotilla, definita dagli organizzatori come “la più grande missione marittima civile a sostegno della Palestina”. Oltre 70 imbarcazioni e più di 1.000 attivisti provenienti da una settantina di Paesi hanno preso il largo con una destinazione chiara: la Striscia di Gaza.
La spedizione, promossa dalla Freedom Flotilla Coalition, dal Global Movement to Gaza e da altre reti internazionali, trasporta medicinali, alimenti e aiuti umanitari destinati alla popolazione palestinese. A bordo si trovano medici, giuristi, ricercatori e volontari, affiancati da ONG come Greenpeace e Open Arms, impegnate nel supporto tecnico e sanitario.
La partenza avviene in un contesto geopolitico estremamente teso: mentre l’attenzione internazionale è concentrata sull’escalation nel Golfo Persico, gli attivisti denunciano un inasprimento del blocco su Gaza, con restrizioni più severe all’ingresso degli aiuti e un’accelerazione dei processi di espropriazione territoriale.
Una missione ad alto rischio
Secondo Oscar Camps, fondatore di Open Arms, la flottiglia potrebbe essere intercettata prima delle 100 miglia dalla costa di Gaza, come già accaduto in precedenti missioni. Nonostante ciò, gli attivisti ribadiscono la loro determinazione: “Siamo disposti ad assumerci questo rischio perché il contesto non è lo stesso dell’ultima volta”.
Il sostegno di Barcellona
La città catalana ha accompagnato la partenza con eventi pubblici, iniziative di sensibilizzazione e un rafforzamento del sostegno economico al progetto. Il porto si è trasformato in un punto di incontro internazionale, con delegazioni provenienti anche da Svizzera, Italia, Grecia e Turchia, pronte a unirsi alla missione nei prossimi giorni.
Un viaggio simbolico e politico
La flottiglia non rappresenta solo un convoglio umanitario, ma anche un gesto politico e simbolico: riportare al centro del dibattito globale la situazione di Gaza, dopo mesi di tregua fragile e nuovi episodi di violenza.









