Il caro energia e la resa della sovranità: la dura lezione del “no a tutti i costi”
Quando i venti di guerra tornano a scuotere i mercati internazionali, gli effetti non si misurano soltanto sui quadri della diplomazia globale, ma sulle bollette che arrivano ogni mese nelle case degli italiani e sui bilanci delle nostre aziende. Il drammatico rialzo dei prezzi energetici, esacerbato dalle instabilità in Europa orientale e nel Medio Oriente, ha riportato a galla una verità amara e per troppo tempo ignorata: la vulnerabilità energetica dell’Italia non è una fatalità geografica, ma la diretta conseguenza di scelte politiche precise.
Per oltre un decennio, una parte consistente della politica italiana — in primis il Movimento 5 Stelle, insieme alle forze della sinistra e ai movimenti verdi — ha trasformato la battaglia contro le estrazioni nazionali in una bandiera ideologica. Tra slogan contro le trivelle, moratorie bloccate nei palazzi della politica e referendum strumentali, si è costruita la narrazione secondo cui chiudere i pozzi di casa nostra avrebbe magicamente accelerato un futuro verde e pulito.
La realtà ha presentato un conto ben diverso. Sbarrare la strada all’esplorazione e alla valorizzazione del nostro sottosuolo non ha diminuito il consumo di risorse fossili; ha semplicemente trasferito la dipendenza all’estero. Mentre l’Italia sigillava i propri giacimenti nell’Adriatico e nel Canale di Sicilia per presunti e sbandierati motivi di tutela ambientale, le nazioni vicine — dalla Croazia ai Paesi del Nord Africa — continuavano a estrarre risorse dagli stessi identici bacini marini. Un paradosso tutto italiano: abbiamo smesso di estrarre il nostro gas a costi contenuti per poi ricomprarlo a peso d’oro da altri Paesi, trasportandolo su navi gasiere con impatti ambientali e logistici persino superiori.
Prima di questa stagione di veti, l’Italia riusciva a garantire una quota significativa del proprio fabbisogno di gas naturale grazie alla produzione interna. Valorizzare quel patrimonio non avrebbe significato rinunciare alle fonti rinnovabili, ma costruire un cuscinetto strategico in grado di proteggere famiglie e distretti industriali dalle speculazioni dei mercati internazionali nei momenti di crisi. I miliardi di euro volati all’estero per pagare la materia prima a prezzi d’affanno avrebbero potuto rimanere all’interno del circuito economico nazionale, calmierando i costi per le imprese e salvaguardando il potere d’acquisto del ceto medio.
Oggi, di fronte all’ennesima impennata dei costi e al rischio concreto di frenare la tenuta produttiva del Paese, l’ipocrisia di quel modello appare evidente. La sicurezza e l’autonomia energetica non sono concetti astratti, ma pilastri della sovranità di una nazione. Ricordare le responsabilità di chi ha predicato il “no a tutto” non è un esercizio di retrospettiva, ma una precondizione fondamentale per ritrovare il senso della realtà e non commettere, di fronte alle sfide di domani, gli stessi identici errori.
* Opinionista









