Quindici giorni prima di saltare in aria con sua moglie e tre uomini della sua scorta, Giovanni Falcone era a Palermo, al “Gonzaga”, e parlava ai giovani, agli insegnanti, ai palermitani che quel 9 maggio 1992 lo ascoltarono con un silenzio che oggi fa impressione. Parlava con la lucidità del magistrato, con la fermezza dell’uomo delle istituzioni, con la pacatezza del servitore dello Stato che non arretrava neppure davanti alla morte. In quella lezione – rimasta per anni patrimonio di pochi – Falcone affrontò uno dei temi più delicati e profondi del sistema giudiziario italiano: il ruolo del pubblico ministero, la sua collocazione costituzionale e il suo rapporto con la giurisdizione.
Fu un intervento limpido, coraggioso, anticipatore. Un discorso che oggi appare profetico.
Falcone non parlava per ideologia, ma per visione istituzionale
Per prima cosa Giovanni Falcone chiarì un principio che in Italia, ancora oggi, crea polemiche: il pubblico ministero non è un giudice. Non lo è per funzione, non lo è per ruolo, non lo è per collocazione sistemica. È un organo che esercita potere, che indirizza indagini, che orienta scelte decisionali, che determina l’avvio di un processo. E proprio per questo – disse Falcone – ha bisogno di garanzie, di equilibrio, di regole che lo tengano al riparo da derive.
In quella sala spiegò che l’indipendenza del pm, pur fondamentale, non può trasformarsi in autosufficienza, né in una posizione di totale svincolo. “Chi esercita il potere dell’azione penale ha bisogno di essere regolato, bilanciato, controllato”, diceva. Una frase semplice, lineare, ma in Italia rivoluzionaria.
Falcone non voleva un pubblico ministero debole, tutt’altro: lo voleva autorevole, competente, responsabile, ma inserito in un sistema ordinato, non lasciato alla logica delle correnti o delle autoreferenzialità.
Falcone diffidava delle caricature del garantismo e del giustizialismo
Una delle parti più impressionanti di quella lectio fu quando Falcone, con la serenità di chi ha già visto il peggio, spiegò che il garantismo non è un rifugio dei colpevoli e che la legalità non è l’alibi dei giustizialisti. Parlò della necessità di un equilibrio tra diritti e investigazione, tra poteri e responsabilità, tra indipendenza e trasparenza.
Disse parole che oggi suonano come un atto d’accusa contro la polarizzazione che ha devastato il dibattito pubblico italiano:
«Non possiamo immaginare una giustizia concepita come un’arena di scontri, né un pubblico ministero che agisca senza un sistema chiaro di pesi e contrappesi».
La sua era una richiesta di maturità democratica. Era il tentativo di dire al Paese che la lotta alla mafia non si vince con l’improvvisazione, né con la logica dei processi sommari.
Il pubblico ministero come funzione alta, non come potere assoluto
Falcone non temeva il potere mafioso – lo combatté fino all’ultimo respiro – ma temeva le distorsioni del potere dello Stato. Temeva che la confusione dei ruoli indebolisse la giustizia, che l’assenza di una chiara distinzione tra chi indaga e chi giudica potesse trasformare il sistema in qualcosa di opaco.
Per questo disse, con una lucidità disarmante:
«Il pm non può essere considerato un giudice. Sono funzioni diverse, che devono essere riconosciute come tali».
Non era un attacco alla magistratura, anzi: era un atto d’amore. Il magistrato che più di tutti aveva pagato sulla pelle il suo impegno stava chiedendo allo Stato di proteggere la credibilità della giustizia, non di indebolirla.
Era come se avesse intuito che negli anni successivi sarebbe iniziata una lunga stagione di conflitti interni, di correnti, di delegittimazioni reciproche. E con quella frase tentava di indicare un’ancora, un punto fermo: la giustizia è credibile solo se i suoi attori sono riconoscibili, separati nei ruoli, non confondibili.
Falcone accusava la politica di miopia, ma non chiedeva vendette
Nella lectio del “Gonzaga” c’era anche un’amara constatazione: lo Stato non protegge i suoi servitori come dovrebbe. Falcone lo sapeva, lo viveva, lo portava addosso. Ricordò le ostilità, le incomprensioni, le calunnie, perfino le accuse assurde che lo avevano isolato.
Ma non usò mai quelle ferite per costruire rancore. Non alzò mai la voce per chiedere vendette.
Chiese piuttosto un sistema più serio, più rigoroso, più razionale. Un sistema che affiancasse e non ostacolasse chi combatte la mafia. Un sistema dove gli strumenti del pm non fossero contestati, ma neppure usati come armi improprie.
Era, ancora una volta, il magistrato che insegnava alla politica la grammatica dello Stato.
La sua voce oggi pesa più di prima: l’Italia non ha ancora risposto alle sue domande
Ripercorrere quella lezione significa accorgersi che Falcone non parlava del 1992: parlava del futuro. Parlava delle degenerazioni che sarebbero arrivate, delle riforme mancate, dei conflitti tra poteri dello Stato che avrebbero avvelenato la vita pubblica.
La realtà è che, a distanza di oltre trent’anni, l’Italia è ancora ferma lì:
– ancora a discutere di separazione delle carriere;
– ancora a scontrarsi su autonomia e responsabilità;
– ancora a oscillare tra giustizialismo e impunità;
– ancora a non aver trovato un modello solido per la funzione requirente.
Falcone aveva intuito tutto. E quel 9 maggio tentò l’ultima volta di farlo capire.
L’eredità della sua lectio: uno Stato che sa distinguere per poter servire
La frase più forte, più netta, più inattuale e dunque più necessaria resta una:
“Il pubblico ministero va regolato diversamente”.
Non per limitarlo, ma per renderlo più forte.
Non per punirlo, ma per responsabilizzarlo.
Non per dividerlo dai giudici, ma per garantire a entrambi limpidezza, credibilità, autorevolezza.
Falcone voleva una giustizia che funzionasse come una democrazia matura. Non cercava lo scontro, ma l’ordine. Non voleva poteri divisi, ma poteri chiari. Non voleva vendette contro le mafie, ma uno Stato più forte delle mafie.
Oggi, rileggendo quella lectio, ci si accorge che il vero monito non era per i mafiosi, ma per lo Stato
Giovanni Falcone sapeva che la mafia non teme il clamore, non teme la repressione, non teme le parole: teme l’organizzazione del potere legale.
Teme il metodo.
Teme la competenza.
Teme la coerenza delle istituzioni.
Ecco perché dedicò la sua ultima lezione non ai piani dei clan, ma al funzionamento della giustizia. Perché lì, nei dettagli giuridici, nei ruoli ben definiti, nella struttura dello Stato, si gioca la vera partita.
Quella che lui aveva già visto.
Quella che noi, forse, non abbiamo ancora compreso fino in fondo.









