martedì, Dicembre 9, 2025
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“È già successo”. Famiglia nel bosco, spunta un altro caso in Italia: come è andata a finire

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Dopo il caso della famiglia nel bosco di Palmoli, spunta una nuova vicenda che scuote l’opinione pubblica. In queste settimane si è molto parlato della decisione del tribunale dei minorenni di affidare i figli di Nathan Trevallion e sua moglie Catherine Birmingham ad una casa famiglia. Ora, secondo quanto riportato da La Verità, “ci sono due genitori che hanno deciso di vivere in un bosco, Harald perito elettronico di Bolzano e Nadia della Bielorussia”.

Questa volta siamo a Caprese Michelangelo, tra le colline toscane in provincia di Arezzo, dove due bambini di 8 e 4 anni sono stati allontanati dai genitori e trasferiti in una comunità protetta. Da 47 giorni mamma e papà non vivono più con i figli e denunciano una scelta che considerano incomprensibile e profondamente ingiusta. La coppia, che ha scelto uno stile di vita essenziale a contatto con la natura, avrebbe optato anche per l’istruzione parentale, spiegando che “hanno scelto per i loro figli la scuola parentale a casa” e “che non hanno eseguito tutti gli obblighi vaccinali”. Scelte che li hanno messi rapidamente nel mirino dei servizi sociali.

famiglia bosco altro caso arezzo

Il blitz ripreso dalle telecamere di sorveglianza

La vicenda è arrivata anche in tv, nella trasmissione “Fuori dal Coro” su Rete 4, che ha mostrato i filmati delle telecamere di sorveglianza installate nella casa nel bosco. Nelle immagini del 16 ottobre si vedono i due bambini, 4 e 8 anni, portati via tra le urla dagli assistenti sociali e dalle forze dell’ordine, intervenute per dare esecuzione a un provvedimento del Tribunale dei minori. Il più piccolo viene prelevato in pigiama e senza scarpe. A occuparsi del fascicolo è stato il giudice Nadia Todeschini, che ha firmato il decreto di allontanamento.

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“Per il Tribunale i genitori non avrebbero eseguito correttamente la procedura per l’insegnamento parentale – si legge – Inoltre, avrebbero impedito ai servizi sociali di fare i controlli sanitari sui bambini”. Una lettura totalmente diversa da quella dei genitori, che si sentono sotto attacco. “Ci hanno ucciso“, racconta la mamma Nadia, “sono 47 giorni che non abbiamo loro notizie. Neppure una telefonata. Neppure per i compleanni che ci sono stati il mese scorso. Siamo distrutti. Perché tutto questo? Che male abbiamo fatto?”.

Il papà ricostruisce il momento del blitz, che definisce un vero e proprio assalto in casa. “Ci hanno suonato al cancello. Io sono uscito per andare ad aprire. Due carabinieri mi hanno chiesto di far venire anche mia moglie, perché dovevano notificarci un atto importante. Era una trappola. Dal bosco sono spuntati oltre dieci agenti in tenuta antisommossa, mentre un’altra decina ci ha circondato per impedirci di tornare in casa. A quel punto ho capito. Ho cominciato a urlare a mio figlio più grande di non aprire. Di tutta risposta, l’ispettore capo mi ha minacciato: “Se non gli fai aprire la porta, noi tanto la sfondiamo!”. E me lo ha ripetuto: “Se non ci fai aprire la porta noi la sfondiamo””. Secondo il racconto dell’uomo, il bambino, pensando che fosse il papà, avrebbe comunque aperto la porta.

La rabbia del padre non si ferma al racconto del prelievo forzato: l’uomo contesta alla radice la legittimità del provvedimento. “Ho denunciato tutti, decreto che mi hanno mostrato, e che mi sono rifiutato di ritirare, non aveva la firma in calce del giudice. Con quale diritto ci hanno portato via i nostri bambini? E dire che c’eravamo trasferiti qui un anno e mezzo fa, dalla Val Badia, dopo aver gestito per dieci anni un albergo. Cercavamo solo un po’ di tranquillità. E invece ci hanno distrutto la vita”. Una storia che riapre il dibattito su scuola parentaleobblighi vaccinali e limiti dell’intervento dei servizi sociali nelle famiglie che scelgono percorsi di vita alternativi.

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