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Emergenza carcere: «Abbiamo carceri sempre più affollate con suicidi in aumento e gesti di autolesionismo sempre più frequenti»

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Il sistema penitenziario italiano sta attraversando una crisi profonda che non può più essere ignorata: secondo le rilevazioni riportate dal garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, al 9 luglio 2023 nelle carceri italiane si sono registrate ben 96 morti, di cui 33 suicidi; nella sola regione Campania si contano 5 casi, tre decessi per cause ancora da accertare e due attribuibili a suicidi. Il dato allarmante emerge in un contesto segnato da sovraffollamento cronico, condizioni strutturali e ambientali inadeguate, carenza di supporto sanitario e psicologico, e un aumento sensibile dei gesti di autolesionismo da parte dei detenuti: «Abbiamo carceri sempre più affollate con suicidi in aumento e gesti di autolesionismo sempre più frequenti» — è l’amaro quadro tracciato da Ciambriello.
La fotografia della detenzione in Italia evidenzia numeri inquietanti: al 1 giugno 2023 si calcolavano circa 57.230 detenuti nelle strutture penitenziarie italiane, oltre ai circa 77.000 soggetti coinvolti nell’area penale esterna e ai 390 minori detenuti nei 17 istituti penali italiani. In Campania, in particolare, il sovraffollamento pesa come un macigno: il carcere di Napoli Poggioreale – ad esempio – ospita oltre 2.000 detenuti nonostante la capienza regolamentare sia ampiamente superata, con celle occupate da 6, 7 o 10 persone, letti a castello che impediscono l’apertura delle finestre, spazi stretti e condizioni igienico-sanitarie precarie.
Questa situazione così critica produce inevitabilmente effetti devastanti sulla salute fisica e mentale dei reclusi: i tentativi di suicidio, gli atti di autolesionismo, la presenza massiccia di soggetti con doppia diagnosi (dipendenza e malattia mentale), la scarsità di psichiatri, psicologi, assistenti sociali e la quasi totale assenza di percorsi di reinserimento o di efficaci misure alternative alla detenzione. Ciambriello sottolinea che «l’umanizzazione del carcere passa dall’apertura delle celle, dalla chiusura delle blindo alle 23, dall’utilizzo dello spazio delle aree verdi, dal diritto al lavoro, al diritto all’affettività».
I dati del dossier presentato fanno emergere che in Campania, all’interno del 2023, si sono registrati 1.299 atti di autolesionismo, 156 tentativi di suicidio e 5 suicidi accertati: tre nella Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere, uno nella Casa Circondariale di Secondigliano e uno nella Casa di Reclusione di Poggioreale. Questa escalation è ravvisabile come segnale dello scontro tra il diritto alla dignità della detenzione e la realtà quotidiana di migliaia di persone che si trovano in un “regime” che non riesce più a contenere né a proteggere.
Dal punto di vista istituzionale, Ciambriello evidenzia che non è sufficiente predisporre norme: quelle già varate — come il decreto sull’umanizzazione delle carceri — appaiono “una scatola vuota” poiché, pur tecnicamente operative, non prevedono risorse, figure professionali e tempi tali da intervenire sulle cause strutturali del problema. Viene ribadito l’appello affinché la politica, la magistratura di sorveglianza, le Asl e il sistema penitenziario collaborino per adottare misure alternative alla detenzione, ridurre il sovraffollamento, garantire la salute mentale, il lavoro, l’istruzione, l’affettività e il reinserimento sociale dei detenuti.
La realtà vissuta nei penitenziari italiani — e in particolare in quelli campani — è descritta come una “fotografia impietosa”, con tassi di suicidi che secondo il Garante risultano “venti volte superiori” a quelli della popolazione libera. Ciò significa che il carcere non è solo un luogo di espiazione della pena ma, in troppe occasioni, diventa un luogo in cui la vita si spegne, l’umanità si annulla e i diritti fondamentali – tra cui quello alla salute e alla dignità – vengono ripetutamente violati.
Le soluzioni — secondo Ciambriello — non sono né semplici né immediatamente attuabili, ma sono chiare: aumentare le figure di ascolto (psichiatri, psicologi, pedagogisti, assistenti sociali), rivedere l’uso della detenzione, potenziare le misure alternative, trasformare l’ordinamento penitenziario in un sistema che guarda al recupero e alla reintegrazione piuttosto che alla mera segregazione, adeguare le strutture alla normativa e alle condizioni di vita dignitose e ridurre, infine, il numero dei detenuti con pene brevi o residuali che potrebbero restare in contesti meno restrittivi.
In conclusione la dichiarazione di Samuele Ciambriello è un monito forte e urgente: «È la Costituzione che ci ha portato a questo confronto. Questa è stata e continuerà ad essere il baluardo dell’azione dei Garanti delle persone private della libertà personale» — un richiamo alla responsabilità collettiva sul fatto che non è accettabile «morire di carcere». Le istituzioni devono intervenire ora, con determinazione e risorse, per garantire che nel 2025 e negli anni a venire il carcere non sia più sinonimo di abbandono, sofferenza e perdita di dignità.

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