L’Italia oggi perde Emma Bonino. Aveva 78 anni. Era ricoverata da giorni in una clinica romana dopo l’aggravarsi delle sue condizioni respiratorie, e questa mattina +Europa ne ha annunciato la morte. Si chiude così una delle biografie politiche più straordinarie della Repubblica: cinquant’anni di battaglie, quasi sempre controcorrente, quasi mai comode.
Bonino non era una donna da commemorazioni facili. Detestava la retorica quanto detestava l’ipocrisia. Per questo il modo migliore per ricordarla è raccontare ciò che ha fatto, non santificarla.
La ragazza che sfidò lo Stato
Aveva poco più di vent’anni quando entrò nel Partito Radicale di Marco Pannella. L’Italia era un Paese in cui il divorzio era appena diventato legge e l’aborto era ancora un reato. Le donne morivano nelle cucine, nelle cantine, negli ambulatori clandestini.
Emma Bonino decise di trasformare quel dolore in disobbedienza civile.
Nel 1975 aprì il CISA, il Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto, praticando aborti illegali con il metodo Karman e autodenunciandosi pubblicamente. Fu arrestata. Quelle immagini fecero il giro del Paese. Tre anni dopo arrivò la legge 194.
Non fu un miracolo. Fu politica.
La radicale che parlava al mondo
Ridurre Bonino ai diritti civili è un errore storico. È stata eurodeputata, commissaria europea, ministra degli Esteri, candidata alla Presidenza della Repubblica. Ma soprattutto è stata una figura internazionale.
Ha guidato campagne globali contro la pena di morte, contro le mutilazioni genitali femminili, per l’istituzione della Corte Penale Internazionale. In Africa la conoscevano molto prima che molti italiani imparassero a pronunciarne il nome.
Aveva una qualità rarissima: riusciva a essere profondamente italiana senza essere provinciale.
Il corpo come campo di battaglia
Nel 2015 annunciò di avere un tumore al polmone. Lo fece senza pietismo, raccontando la malattia con la stessa lucidità con cui aveva raccontato la politica. Continuò a lavorare durante la chemioterapia. Disse una frase che oggi suona come un testamento:
“Non bisogna avere paura della verità, anche quando riguarda noi stessi.”
Negli ultimi anni conviveva con una malattia cronica e con frequenti crisi respiratorie. Non si è mai ritirata davvero dalla vita pubblica. Anche quando parlava con un filo di voce, continuava a difendere l’Europa, l’Ucraina, i migranti e lo Stato di diritto.
Una donna che divideva, ma non piegava
Emma Bonino è stata contestata ferocemente. Dai cattolici per l’aborto, dai sovranisti per l’Europa, da parte della sinistra per il suo liberalismo economico. Eppure è una delle poche figure italiane ad aver ricevuto il rispetto sincero dei propri avversari.
Papa Francesco la definì una persona che aveva saputo servire il bene comune pur nelle profonde differenze. Giorgia Meloni oggi l’ha ricordata come una protagonista della storia repubblicana. Non è conformismo: è il riconoscimento che esistono persone più grandi delle appartenenze.
L’eredità più scomoda
Viviamo in un tempo in cui la politica misura tutto con i sondaggi, i like e il consenso del giorno dopo. Emma Bonino apparteneva a un’altra specie. Perdeva elezioni, ma vinceva idee. Accettava di restare minoranza pur di non tradire una convinzione.
La sua eredità non è soltanto la legge sul divorzio, la 194 o le campagne per i diritti umani. È un principio molto più esigente: la libertà non è mai gratuita. Ha sempre un costo personale. Qualcuno deve esporsi, rischiare, pagare il prezzo dell’impopolarità.
Oggi quel qualcuno non c’è più.
E il problema, forse, non è trovare un’altra Emma Bonino. È capire se l’Italia sia ancora capace di produrne una.









