Dietro La preside, la nuova fiction di Rai Uno interpretata da Luisa Ranieri, c’è una donna reale che non ha bisogno di sceneggiature per essere straordinaria. Eugenia Carfora, dirigente scolastica da anni impegnata nel territorio complesso di Caivano, è diventata un simbolo di riscatto possibile, di quella ostinazione gentile che non fa rumore ma cambia le vite. «Il mio unico credo è non rassegnarmi mai. Ogni ragazzo recuperato allo studio è una vittoria per la società», ripete spesso. Non uno slogan, ma una linea di condotta quotidiana fatta di famiglie da coinvolgere, regole da ristabilire, porte da bussare anche quando sembrano chiuse per sempre. In un territorio dove le alternative alla scuola sono spesso scorciatoie pericolose, Carfora ha trasformato l’istruzione nel primo vero presidio di legalità.
La serie, diretta da Luca Miniero e nata da un’idea di Luca Zingaretti dopo il reportage Come figli miei di Domenico Iannacone (Rai Tre, 2017), racconta in quattro puntate la rinascita dell’Istituto Morano di Caivano. Una scuola che, al momento dell’arrivo della preside — soprannominata da qualcuno “la pazza” — era poco più di un edificio abbandonato: appena 20 studenti, una lavanderia abusiva all’interno, nessuna prospettiva. Oggi è un polo educativo con oltre 700 iscritti e un indirizzo alberghiero che offre concrete possibilità di futuro. Luisa Ranieri ha dichiarato di essersi emozionata leggendo la storia di Carfora: «Ha voluto dare ai ragazzi la possibilità di vedere che esiste un mondo fuori». Un messaggio semplice, potente, necessario. Eppure, proprio qui emerge il paradosso. Perché mentre la storia reale è dirompente, la sua trasposizione televisiva appare sorprendentemente prevedibile. La Rai, ancora una volta, pesca da un immaginario già ampiamente esplorato: il preside solitario contro il degrado, la scuola violenta da redimere, l’eroe educativo che resiste alle intimidazioni. Un copione che il cinema e la televisione conoscono bene da decenni.
Basta tornare indietro al 1987, al film americano The Principal – Una classe violenta: Jim Belushi un preside mandato in una scuola dominata da gang rivali, minacce, violenza, isolamento istituzionale. Cambiano i luoghi, cambiano le facce, ma la struttura narrativa resta la stessa. Il rischio è evidente: ingabbiare una storia vera e italiana in uno schema già visto, togliendole parte della sua forza dirompente. Eugenia Carfora non è un personaggio: è una dirigente che ha vinto senza effetti speciali, senza eroi solitari, senza scorciatoie. La sua battaglia è stata collettiva, lenta, faticosa. Ed è proprio questa complessità che forse la fiction non osa fino in fondo raccontare.
La verità è che la realtà, in questo caso, è molto più innovativa della televisione che la mette in scena. E mentre Caivano dimostra che il cambiamento è possibile, la Rai continua a dimostrare quanto sia difficile, per lei, uscire dai binari del già visto. Una storia straordinaria, dunque. Ma che avrebbe meritato non solo rispetto, bensì uno sguardo narrativo finalmente nuovo.









