FARUK MYRTAJ
LA FIGURA DEL POETA UNIVERSALE CHE PORTA SPERANZA IN UNA “BARCA DI NOÈ”, MA SPESSO RIMANE SOLO – UN ROBINSON DELLA TERRA DEGLI ALTRI
Sulla poesia “Emigrante tardivo”, di Faruk Myrtaj
Questa poesia è un’elegia filosofica per l’identità sfollata, per l’uomo che viaggia non solo oltre i confini geografici, ma anche oltre se stesso, spostato nello spazio e nel tempo, tra due mondi che nessuno dei due abbraccia pienamente. Il soggetto poetico non appare come un eroe, ma come un neonato ricreato nel dolore, un essere in cerca di rifugio, non di trionfo, e tenta di rinascere – in una terra che non appartiene, ma che intende essere inclusa senza conquistare.
Le potenti metafore – “Tardo Colombo”, “neonato di un altro”, “uccello in un guscio d’uovo” – non sono solo immagini letterarie, ma profonde espressioni di un’esperienza universale di esilio: il sentimento del temporaneo in permanenza, di alienazione in sé, di nascita senza diritto di essere “nativi”. Il poeta non richiede l’eroismo per essere accettato; richiede semplicemente l’umanità del calore, un “gesto” che diventa il pannolino dell’anima.
Il poeta problemi la sua esistenza come paradosso silenzioso: ha attraversato gli oceani, è arrivato, ma rimane sospeso, instabile. È un “bagagliaio” che probabilmente crollerà prima che venga radicato. Questa incertezza perpetua, questa tensione tra la possibilità di rinascita e la paura di cadere, conferisce alla poesia una dimensione profondamente esistenziale, dove la vita stessa diventa una prova incessante di appartenenza.
Questa esperienza poetica è direttamente legata all’opinione di Julia Kristeva sulla “stranezza” (l’alieno interiore). Secondo lei, l’immigrato non è solo un altro della società che raggiunge, ma anche un altro a se stesso – un uomo che non è mai intero in un luogo, perché dentro di lui c’è una separazione tra memoria e presente. Il poeta di questa poesia è proprio quest’uomo: diviso, mediocre, ma ancora alla ricerca di una nuova lingua per vivere senza esclusione.
In questo modo, “Late Immigrat” dello scrittore e poeta Faruk Myrtaj non è solo una voce personale, ma la figura del poeta universale che porta speranza in un “Arca di Noè”, ma che spesso viene lasciato solo – un Robinson di terra altrui, con pensieri piuttosto speciali, che cercano di essere compresi prima che muoiano fisicamente.
IMMIGRATO IN RITARDO
– solidarietà ai poeti che speravano nell’Arca di Noè –
Un bel po’ di battiti cardiaci, tardo Colombo…
Solo un seno, porto per la mia barca, chiedo,
così difficile?!
Io ho bisogno di un po’ di tempo e tu hai bisogno di pazienza…
Sono fuori da me stesso, lontano da casa…
Anch’io cerco di nascere qui
Non dico nativo, uomo tra di voi,
Ogni giorno, ogni momento, assottiglia le mura tra due vite,
Non sai molto di me?! Io dico loro:
si può diventare Madre, dare alla luce il figlio di un altro?
Ogni tua parola, ogni gesto, un pannolino caldo
Mi rende più morbido,
Bambino saggio cerca di sentire,
anche se sembri un uomo di età,
Secoli in ritardo, nella terra promessa agli altri c’era una volta…
Attento a me… quando mi calpesti… involontariamente
non sentirai l’urlo, l’uccello lecca il guscio d’uovo
sulle onde degli oceani ho raggiunto e superato…
O dovrò rinascere come un tronco qui
solo per cadere a pezzi… quando verrà il momento?!
E ritorna morto
nella Casa dove è ancora a malapena battuto vivo…
La pandemia di “Colombo disperato” non suonerebbe bene
che la Nuova Terra non è mai stata promessa
Appena urlato, come un Robinson solitario…
Robert Martiko











