di: Abdel Latif Moubarak
– Egitto Nessuno sa esattamente quando inizi la malinconia, ma tutti sanno come si insedia nell’anima: come una vecchia pietra sul fondo di un pozzo. Ero a metà del ponte e la città esalava l’ultimo respiro del giorno. Il crepuscolo non è che l’ultimo tentativo del sole di rinviare il buio, ma tramonta comunque. Così sono le cose che crediamo finite; diamo loro una pietra tombale, vi incidiamo sopra date di addio, e poi scopriamo, anni dopo, che non le stavamo seppellendo… ma le stavamo piantando. La cicatrice non è il segno di una ferita guarita, ma la prova schiacciante che era lì e che, in qualche modo… respira ancora. Un giorno mi disse, stringendosi nel cappotto in una rigida notte d’autunno: “Ogni inizio porta nel grembo la propria fine, ma il vero peccato è credere che la fine sia un muro.” Allora non capii le sue parole. Ero abbastanza giovane da credere che la separazione significasse tornare al punto zero. Ma oggi, frugando nei cassetti della vecchia biblioteca, trovo un foglio piegato caduto tra le pagine di un libro che non avevamo mai finito. L’inchiostro è sbiadito, la carta ingiallita, ma le parole pulsano con lo stesso calore con cui furono scritte dieci anni fa. Quella storia è davvero finita? E se è finita, cosa fa balzare il mio cuore adesso come quello di un bambino spaventato? In stazione, i treni non si fermano per salutare nessuno. Arrivano per prendere, o per far scendere altri passeggeri. Mi sedetti sulla panchina di legno logora, osservando i milioni di persone che passavano ogni giorno. Ognuno portava nella propria borsa una qualche fine: un amore scacciato, un sogno sospeso o una persona che se n’era andata senza un motivo apparente. La gente crede che la partenza sia una piccola morte, ma la verità è che la partenza è il dubbio più grande. Continuare a chiedersi: piangono come piangiamo noi? Guardano il cielo buio nello stesso identico momento? La vera fine richiede l’oblio, e l’oblio è una virtù che né gli amanti né i poeti possiedono. Le scrissi una lettera che non ho mai spedito: ”Mia compagna di perdita.. Non finiamo perché ci allontaniamo, ma finiamo quando smettiamo di provare nostalgia. E io, purtroppo, sento ancora la tua presenza negli angoli della stanza. Nel profumo del caffè bruciato stamattina, e nei lunghi silenzi che intervallano le mie conversazioni con gli altri. Tu non sei il passato; sei il presente che insiste a vestirsi di assenza.” Misi la lettera nel cofanetto di legno di sandalo, la scatola che ne custodisce decine di simili. Un cofanetto che non è altro che un cimitero di parole vive. A mezzanotte inizia a piovere. Gocce regolari battono contro il vetro della finestra come dita in cerca di un riparo. I ricordi sono come l’acqua: trovano sempre una via attraverso le fessure più piccole. Puoi chiudere le porte, cambiare numero di telefono, trasferirti in una città dove non conosci nessuno, ma come si fa a fuggire da una voce che si modella nella tua mente ogni volta che cala il silenzio? I finali di cui ci illudiamo di aver chiuso i quaderni tornano sempre sotto forma di domande senza risposta. L’ho incontrata per caso in un vicolo stretto che frequentava le ombre della sera. Non abbiamo gridato, non ci siamo rimproverati, né sono cadute lacrime drammatiche. Ci siamo solo fermati. Ci siamo salutati con una freddezza presa in prestito, chiedendoci le cose ordinarie: il lavoro, la salute e il tempo nuvoloso. Ma gli occhi combattevano un’altra guerra. C’era un’intera lingua parlata sotto il silenzio. Ho capito allora che i finali non sono un momento di netto distacco, ma un continuo fluire. Eravamo due persone che avevano chiuso, ma che portavano dentro di sé un battito che negava quella fine. ”Come stai?” mi ha chiesto. Ho risposto con un sorriso sbiadito: “Sto bene.. per quanto mi è consentito per andare avanti.” Ha detto guardando lontano: “Non abbiamo sbagliato, siamo solo arrivati al limite di ciò che la nuvola poteva sopportare di pioggia. Dovevamo cadere.” Ho meditato sulle sue parole. La caduta non è la fine della pioggia, ma l’inizio della vita per la terra su cui si posa. Forse il nostro finale era l’unico modo perché qualcosa di noi rimanesse vivo altrove. Il poeta non guarisce dalle sue poesie, e l’amante non guarisce dai suoi finali. Ogni volta che cerco di scrivere un nuovo testo, ti trovo a scivolare tra le righe. Volevo scrivere del mare, e ho scritto dei tuoi occhi. Volevo descrivere la solitudine, e ho descritto la mia ultima notte con te. Tu non sei un argomento di scrittura, sei l’inchiostro con cui scrivo. E come può un finale compiersi, se l’inchiostro si rifiuta di asciugarsi? Si dice che il tempo si occupi di ricucire le anime spezzate. Questo è vero solo a metà. Il tempo non ricuce; ci insegna soltanto a vivere con la frattura senza urlare. Ci dona la capacità di sorridere mentre portiamo dentro di noi il cadavere di una vecchia speranza. Guardo l’orologio da parete. Le lancette girano in un cerchio vizioso, non si fermano, ma tornano sempre agli stessi punti. Così sono i nostri finali: cerchi perfetti di nostalgia, ci illudiamo di esserne usciti, per poi scoprire che siamo esattamente al loro centro. Ora la notte si ritira lentamente, lasciando lo spazio a una luce grigia e sbiadita. Chiudo il cofanetto di legno, metto da parte la penna e guardo fuori dalla finestra. La città inizia a svegliarsi e la gente esce in cerca di nuovi inizi, ignara di trascinarsi dietro le code di finali non ancora compiuti. Non dirò addio, perché l’addio è una parola per i viaggiatori che non tornano. E tu non te ne sei mai andata per poter tornare. Lascerò la porta socchiusa, non in tua attesa, ma per rispetto di un battito che si ostina a non morire… Un altro finale comincia adesso, pulsante di vita.