
Un gol di Pio Esposito basta per piegare il Lussemburgo e soprattutto per riaccendere una scintilla che sembrava smarrita tra alibi, esperimenti incomprensibili e qualificazioni evaporate come nebbia al sole.
Non sarà una finale mondiale. Non sarà una notte da copertina eterna. Ma per un’Italia reduce da anni di delusioni, vedere una squadra giovane correre, pressare e divertirsi è già una notizia degna della prima pagina. A Lussemburgo finisce con un successo firmato da Pio Esposito, ma il risultato racconta soltanto una parte della storia. La vera novità è l’energia. Quella che per troppo tempo sembrava dispersa nei corridoi delle convocazioni discutibili, delle rivoluzioni annunciate e mai completate, delle conferenze stampa diventate esercizi di equilibrismo lessicale. Il nuovo corso guidato da Baldini parte da una scelta semplice e quasi rivoluzionaria: dare fiducia ai giovani. Una frase che nel calcio italiano viene pronunciata spesso, ma applicata con la stessa frequenza con cui si osserva una cometa. In campo sono scesi ragazzi che hanno fame, entusiasmo e soprattutto una caratteristica diventata rara negli ultimi anni: la leggerezza mentale. Nessuno sembrava portarsi sulle spalle il macigno delle recenti disfatte azzurre. E forse era proprio questo il problema delle ultime stagioni. Troppa paura di sbagliare, troppo passato da difendere e troppo poco futuro da costruire. L’Italia ha giocato senza la presunzione di chi si sente superiore e senza la timidezza di chi teme il confronto. Una combinazione che negli ultimi tempi era diventata quasi introvabile. Baldini ha spalancato le porte agli Under 21 e il messaggio è arrivato forte e chiaro. Basta curriculum ingialliti. Basta rendite di posizione. Basta convocazioni che sembravano premi alla carriera più che scelte tecniche. Il gol di Esposito è stato il sigillo di una serata che ha avuto il sapore della rinascita. Non una rivoluzione, ma una salutare ventata di ossigeno dopo anni trascorsi in stanze tattiche dove l’aria era diventata irrespirabile. Guardando questi ragazzi viene spontaneo chiedersi perché il calcio italiano abbia impiegato così tanto tempo a fidarsi della propria gioventù. Una domanda che probabilmente meriterebbe una risposta più approfondita di molte analisi tecniche ascoltate negli ultimi anni. Le recenti campagne azzurre hanno spesso assomigliato a romanzi incompiuti: grandi promesse, capitoli confusi e finali da dimenticare. Questa volta, almeno, si intravede una trama diversa. Naturalmente nessuno dovrebbe lasciarsi trascinare dall’euforia. Una vittoria in amichevole non cancella le ferite accumulate né restituisce automaticamente il prestigio perduto. Tuttavia qualcosa è cambiato. Lo si percepisce nei movimenti senza palla, negli sguardi complici, nella voglia di proporre calcio invece di subirlo. Per troppo tempo la Nazionale è sembrata un museo della nostalgia. Bellissimi ricordi esposti in vetrina, ma poca vita sul campo. A Lussemburgo, invece, si è visto un cantiere aperto. E i cantieri, per definizione, fanno rumore, sporcano le mani e costruiscono. Esposito si prende la copertina, ma il merito appartiene a un gruppo che ha dimostrato coraggio e disponibilità al sacrificio. La sensazione più incoraggiante non riguarda il risultato, bensì l’atteggiamento. Finalmente un’Italia che guarda avanti invece di voltarsi continuamente indietro. I tifosi azzurri non chiedono miracoli. Dopo le montagne russe emotive degli ultimi anni si accontenterebbero perfino di una semplice normalità calcistica. Ma se il futuro dovesse davvero passare dai ragazzi visti in Lussemburgo, allora forse la lunga traversata nel deserto potrebbe essere vicina alla conclusione. Per ora resta una vittoria, un gol e qualche sorriso ritrovato. Piccole cose, certo. Ma dopo le recenti spedizioni azzurre finite contro muri che sembravano porte aperte, anche una semplice brezza può sembrare un vento di primavera. E questa volta, almeno per una sera, l’orizzonte non è apparso grigio. Ha avuto il colore limpido della speranza.









