
Ventimiglia, marito tenta di uccidere la moglie: giudice derubrica ‘femminicidio’ a tentato omicidio perché la donna si prostituiva
A Ventimiglia, l’8 gennaio scorso, una donna di 44 anni è stata gravemente ferita dal marito durante una lite scoppiata nell’appartamento in Corso Genova. Secondo le ricostruzioni investigative, l’uomo avrebbe colpito la donna con forbici e un taglierino, costringendola a tentare la fuga. Per cercare scampo dalle violenze, la donna si è gettata dal balcone del primo piano, riportando un trauma dorsale, fratture e ferite al volto e alle mani, e attualmente è ricoverata in prognosi riservata ma non in pericolo di vita all’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure. Inizialmente la Procura aveva ipotizzato il reato di tentato femminicidio, a seguito dell’aggressione. Tuttavia, durante l’udienza di convalida dell’arresto davanti al Gip del Tribunale di Imperia, Massimiliano Botti, l’accusa è stata derubricata a tentato omicidio. Secondo l’ordinanza del giudice, alla base di questa decisione c’è il fatto che l’uomo avrebbe riferito agli inquirenti di aver aggredito la moglie dopo aver scoperto che lei si prostituiva. Il Gip ha ritenuto che, pur trattandosi di un fatto gravissimo e un’aggressione feroce contro la donna, non si configurassero gli elementi specifici della nuova aggravante del femminicidio introdotta dalla normativa italiana, che richiede la sussistenza di odio discriminatorio o volontà di dominio in quanto donna. La questione legata alla prostituzione della donna è stata inserita nell’ordinanza perché secondo il Gip non emergono in modo chiaro motivazioni riconducibili all’odio di genere o al desiderio di controllo tipici di un femminicidio giudiziario. Al contrario, la lite sarebbe scaturita dal conflitto derivante dalla scoperta di questo aspetto della vita privata della donna. La decisione ha già suscitato dibattito. Da un lato, la Procura e alcuni commentatori evidenziano la gravità dell’atto e sottolineano come un’aggressione così violenta possa essere letta in diverse chiavi, dall’altro c’è chi ritiene che l’etichetta “femminicidio” non debba essere applicata in casi in cui non emergano motivazioni di odio verso le donne in quanto tali. La normativa sul femminicidio in Italia, entrata in vigore di recente, specifica infatti che l’aggravante si configura quando il reato è commesso come “atto di odio, discriminazione o prevaricazione in quanto donna” o legato a limiti alla libertà individuale in quanto donna. Il 65enne arrestato, difeso dall’avvocato Alberto Pezzini, è rimasto in carcere per il rischio di reiterazione del reato, mentre i suoi legali stanno valutando eventuali richieste di attenuazione della misura cautelare. La coppia risulta avere due figli, i quali ora si trovano in una situazione familiare gravemente compromessa. Le forze dell’ordine e la Procura continueranno ad approfondire la dinamica dei fatti, in attesa delle fasi successive del procedimento penale.









