Era un tatuatore, un giovane imprenditore, un ragazzo libero. Gianluca Cimminiello aveva 31 anni quando, il 2 febbraio 2010, venne assassinato nel suo studio, lo Zendark Tattoo, sulla Circumvallazione esterna di Napoli. Un’esecuzione mafiosa, maturata per un motivo tanto assurdo quanto rivelatore del potere della camorra: una fotografia. Uno scatto – in realtà un fotomontaggio – pubblicato su Facebook che lo ritraeva accanto al calciatore del Napoli Ezequiel Lavezzi. Un post che infastidì Vincenzo Donniacuo, tatuatore di Melito, deciso a rivendicare un’esclusiva sul giocatore. Da lì la richiesta al clan di riferimento di “punire” Gianluca. L’ultimo messaggio ricevuto dal giovane imprenditore suonava come una minaccia mascherata: «Quel giocatore lo devo tatuare io. Sabato passo nel tuo negozio». Quel sabato arrivarono in tre. La discussione degenerò. Gianluca si difese, riuscì persino a metterli in fuga. Ma l’affronto non poteva restare impunito.
Tre giorni dopo, Vincenzo Russo, affiliato al clan degli scissionisti legato a Cesare Pagano, si presentò davanti allo studio. Chiamò Gianluca per nome. Quando il tatuatore si affacciò sulla soglia, fu colpito al torace. Cadde all’indietro. Il killer sparò ancora, due volte, per essere certo di averlo ucciso. Un omicidio aggravato dai metodi camorristici, finalizzato a riaffermare il controllo del territorio e il potere del clan. La famiglia di Gianluca non si è mai fermata. Si è costituita parte civile, ha seguito ogni fase del processo, trasformando il dolore in impegno. Fondamentale fu la testimonianza della fidanzata, presente al momento dell’agguato: una voce di verità che ha resistito alla paura. Nel 2012 arrivò la prima condanna all’ergastolo per Vincenzo Russo, confermata in Appello nel 2013. Nel 2015 la Cassazione dispose un nuovo processo di secondo grado, ma nel 2018 l’ergastolo divenne definitivo. Grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, emersero poi ulteriori responsabilità. Arcangelo Abete, indicato come mandante, e Raffaele Aprea, esecutore materiale, furono condannati all’ergastolo nel giugno 2020, sentenza resa definitiva dalla Cassazione nell’ottobre 2021.
Ma la storia di Gianluca Cimminiello non è rimasta confinata nelle aule dei tribunali. È diventata memoria collettiva, impegno civile, testimonianza contro la violenza. Scuole, associazioni e iniziative antimafia continuano a ricordarlo come simbolo di una gioventù che non accetta di piegarsi alle regole imposte dai clan. Gianluca è stato ucciso perché era libero. Perché non riconosceva autorità alla camorra. Perché viveva il suo lavoro con passione e dignità. E oggi, a distanza di anni, quella fotografia che gli costò la vita continua a parlare: non di fama o di vanità, ma del prezzo altissimo che ancora si paga per difendere la propria autonomia. Gianluca Cimminiello non è solo una vittima innocente. È una storia che chiede di essere ricordata.









