Gilberto Antonioli commenta ”Non dirmi che ho amato il vento!”
Secondo Romanzo di Maria Teresa Liuzzo
Non dirmi che ho amato il vento!
Questo è il titolo del secondo romanzo di Maria Teresa Liuzzo, personaggio di spicco della letteratura italiana che si cimenta da molto tempo in molti campi dell’attività editoriale.
Poetessa di spiccato valore, colta da un brivido di profonda, intensa, improvvisa interiorità, ha voluto cimentarsi nel campo della Letteratura iniziando e proseguendo, con impeto, determinato anche dall’immediato successo nel campo della poesia.
Dopo un lungo periodo, spinta da una convinzione interiore, che si è dimostrata valida ed efficace, ha iniziato a scrivere romanzi.
Il primo, “E ADESSO PARLO!” ha ottenuto un successo notevole e meritato.
Il secondo, del quale dopo averlo letto con attenzione e piacere, ho pensato di scrivere un commento, ti mette di fronte ad un interrogativo forte e delicato: rappresenta il prosieguo del primo, oppure può essere considerato come un nuovo capitolo della storia di Mary e Raf?
Io credo che fra i due romanzi esistano affinità rilevanti anche se vale la pena di fissare l’attenzione nel romanzo attuale, anziché cercare di prevedere il futuro o collocare il presente nel passato.
Questa mia riflessione intende essere fedele alle difficoltà nelle quali Maria Teresa Liuzzo ci immerge, creando una serie di situazioni, che sono spesso, di carattere enigmatico, anche se è evidente, a mio parere, l’esistenza di affinità, esistente fra i due romanzi.
Il mio commento non sarà di carattere scientifico ma presenterà spunti che dovranno essere fra loro collegati, dal pensiero e dalla riflessione del lettore. Questa impostazione cerca di essere fedele alle difficoltà nelle quali il romanzo, ci pone, in quanto, con stordente abilità l’autrice, il suo pensiero naviga fortemente in una forte dimensione filosofica che denuncia non soltanto il suo pensiero immediato ma anche il suo profondo sapere filosofico.
Il romanzo inizia con un diario nel quale troviamo le varie denunce di Mary, nei riguardi di una madre crudele e insensibile ai suoi problemi e alle sue richieste di figlia. La indicibile crudeltà riguarda pure la sua nascita che fa risaltare il rifiuto intimo di quando la protagonista era ancora in embrione.
Leggiamo vari episodi nei quali Maria Teresa, narra il confronto tra il padre e la madre, e dal confronto fa emergere il parere, specie materno di una figlia, che per lei è un cancro e una vocazione demoniaca.
Dai commenti della madre emerge una situazione da cui l’autrice intende dimostrare come la madre sia tale soltanto di nome, in quanto, tratta la figlia, ei madre, come una belva tratta le sue vittime, che prima stordisce e successivamente sbrana.
Non esiste tenerezza.
Il mio ricordo va a Diogene, filosofo greco, che mentre sta prendendo il sole, risponde ad Alessandro Magno, suo signore, che gli aveva detto:
“chiedimi quello che vuoi”, e la risposta di Diogene: “non farmi ombra e ridammi il sole”.
Riflettendo comprendiamo quale sia la differenza fra il pensiero di una madre e quella di un filosofo.
Malvagità da una parte e dolcezza dall’altra.
La pace che Mary ricerca e ricercherà non le sarà concessa.
Infanzia solitaria. Diversa da ogni altra infanzia si possa immaginare, specie se è costruita da un percorso molto diverso da quello percepito nella maggioranza dei casi. Quindi non paragonabile. Questa madre era terribile e maligna, ma era fatta, così. Era diversa. Per tale motivo Mary cerca una pace che per lei non arriverà per la presenza di una madre perversa.
Ma non solo la madre è contraria a Mary ma pure i fratelli tanto che un giorno uno di loro, la aggredisce minacciandola. Cerca di continuo una tranquillità che non ha mai conosciuto e che non esiste.
Dopo la morte del padre, il rapporto con la madre peggiora.
Leggiamo a pag, 72:
“Il metro sfiorava di misura il limite del dolore, la scena tagliava le vene dei polsi, eliminava la patologia della carie nel forno crematorio, come un sigaro che andava bruciando indifferente”.
Comprendiamo come l’autrice ancora una volta conceda al lettore sensazioni di riflessioni ponderose in brevi spazi di scrittura.
Mary viveva scrivendo e ricevendo grandi riconoscimenti per il suo modo di scrivere che era di grande qualità. Ma in famiglia, proprio per il successo si scatena ancor di più l’odio contro di lei. Le sue foto sono bruciate, i libri e i giornali che ricordano il suo successo, sono strappati. Nel terzo capitolo: “La vendetta familiare” troviamo frasi di impressionante profondità di pensiero. Sono pagine che ci fanno comprendere quanto sia intensa la cultura di Maria Teresa.
Leggiamo qualche riga che avvalora le mie impressioni.
“La luna moriva quando il cuore smetteva di seguirla e i fili di luce cucivano frange sul tappeto. La Luna rossa abbracciava chiome di spighe sbiancando nelle metastasi della pagina. Per Mary c’era un viso per ogni età, ma tutti calpestati dalla morte, là dove la sorte, ancora oggi, si divertiva a mescolare le carte.
Al termine del capitolo siamo avvolti dalla profondità di una riflessione sublime: “nel sisma della parola si schiantava l’eresia delle ombre”.
Mary aveva una sorella indemoniata che ad un certo punto inizia ad interessarsi di Mary con il pretesto di averla vicino e recuperare la sua compagnia ed il suo affetto.
Mary la asseconda senza comprendere i motivi di questa nuova situazione.
Ad un certo punto il romanzo prende una piega diversa in quanto Mary pensa a Raf, alla loro vita precedente. Mary, allora, guarda Raf con sofferenza poiché gli leggeva in volto uno stato di isolamento psicologico, di vuoto emozionale e la mancanza di una chiara appartenenza e di una condivisione.
Mary guardava Raf e nel suo sentire perfino il silenzio, le ore i giorni, le ombre avevano un nome. Erano diventate la sua famiglia, i suoi amici, i suoi contatti, i chiari mattini nel mare della Luce che la notte guariva di gemme.
Ai primi giorni di giugno giungono a Mary numerose telefonate alla quale non può rispondere in quanto nessuno chiama. Sembra che attraverso il filo scorra una scia di veleno.
Ma dopo una settimana si fa sentire una voce: è la madre che pone fine al precedente strano gioco.
Mary riflette e propone una serie di riflessioni che odorano, come sempre tutto ciò che proviene dal suo intelletto, di larghe scie di filosofici parallelismi.
Le sue riflessioni, in quel momento ricordano con certezza il filosofo greco Platone quando scrive nel Simposio:
“Ti mando questa mela. Se mi ami prendila e dammi in cambio la tua verginità. Ma se non vuoi prendila ugualmente e pensa com’è breve la bella stagione”.
Ma fanno pensare anche al famoso V Carme Catulliano:
“Viviamo, mia Lesbia, e amiamo,
e i rimproveri dei vecchi severi
stimiamoli tutti un soldo.
Il sole può comparire e scomparire:
noi, una volta che la luce breve si abbassa,
dobbiamo dormire un’unica interminabile notte.
Dammi mille baci, poi altri cento,
poi altri mille, poi ancora cento,
poi senza fermarti altri mille, poi cento.
Infine, quando ne avremo dato a migliaia,
mescoleremo il conto, per non sapere,
o perché nessun malvagio possa invidiarci,
scoprendo l’esistenza di così tanti baci”.
Ma tutte le vicende di carattere non certamente tranquillizzante portano la protagonista in uno stato di agitazione e di tomento che la fanno diventare una maschera di sudore e di grave incertezza. Per tale motivo:
“Il sudore di Mary colava copioso dalla fronte al seno: era il sudore freddo del mistico che vuole parlare con Dio. Lo sguardo fisso al soffitto inceneriva la ragione come una biglia intrappolata nel suo gioco degli specchi”.
La protagonista del romanzo alternava passato e presente nella speranza, non più viva nel suo cuore, che la mamma megera cambiasse nei suoi confronti.
Ma la madre era entrata nella vita di Mary come una vipera, che si comportava da essere spregevole dalle mille metamorfosi. Le persone, per lei, non erano che birilli e dadi con cui baloccarsi.
Come era successo a Padre Pio, Mary aveva incontrato il Demonio.
L’autrice forte delle sue conoscenze letterarie, filosofiche e dalla vasta cultura, ci sta portando al grande Dante Alighieri il quale nel Canto terzo della Divina Commedia, nel quale tratta dell’entrata dell’Inferno e del fiume d’Acheronte e
“de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e come elli parlò a l’auttore; e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.
“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente. 3
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ’l primo amore. 6
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’. 9
Queste parole di colore oscuro
vid’ïo scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: “Maestro, il senso lor m’è duro”. 12
Ed elli a me, come persona accorta:
“Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta. 15
Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben de l’intelletto”. 18
E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose. 21
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai. 24
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle 27
facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira. 30
E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”. 33
Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. 36
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. 39
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”. 42
E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve. 45
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte. 48
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. 51
E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna; 54
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta. 57
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto. 60
Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui. 63
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi. 66
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto. 69
E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d’un gran fiume;
per ch’io dissi: “Maestro, or mi concedi 72
ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com’i’ discerno per lo fioco lume”. 75
Ed elli a me: “Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d’Acheronte”. 78
Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no ’l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi. 81
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave! 84
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 87
E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 90
disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”. 93
E ’l duca lui: “Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare”. 96
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. 99
Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che ’nteser le parole crude. 102
Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
di lor semenza e di lor nascimenti. 105
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch’attende ciascun uom che Dio non teme. 108
Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia. 111
Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie, 114
similemente il mal seme d’Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo. 117
Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’auna. 120
“Figliuol mio”, disse ‘l maestro cortese,
“quelli che muoion ne l’ira di Dio
tutti convegnon qui d’ogne paese; 123
e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio. 126
Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona”. 129
Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna. 132
La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento; 135
e caddi come l’uom cui sonno piglia”.
Il tentatore è subdolo: non spinge direttamente verso il male ma verso un falso bene, facendo credere che le varie realtà sono il potere, il denaro e tutte le situazioni che soddisfano l’egoismo dell’uomo.
Ecco perché (la tattica del demonio), DIO diventa secondario, si riduce in pratica a un mezzo, diventando quasi irreale.
Conta poco allora, la fede che si allontana e ci allontana da Dio, spingendo, spesso, a farci considerare una inesistenza di Dio.
Il romanzo si complica e complica la nostra capacità di penetrare negli incunaboli della mente della nostra autrice che scrive riferendosi a Mary:
“Addio Raf, Amore della mia breve e disgraziata vita. Mentre cercavi il tuo cuore tra le mie vertebre, ti ho lasciato l’ultima pennellata del mio sangue.
Mary andò nuovamente in trance: il suo angioletto era accanto a lei, biondissimo, intelligente, vivace.
Ma la vicenda di Mary e Raf continua. È realtà oppure sogno?
L’amore, la fede, il matrimonio, il figlio.
La memoria è un albero che pende e insegna.
“Per questo motivo bisogna essere vigili e prendere le distanze dagli adulatori”.
“Il bimbo: mammina tu vivi il lutto di me che sono nato e già mi lasci. Donna, Madonna, mammina mia come l’Addolorata Madonnina mia, solo che tu non più ritornerai…
… e s’invertono le parti: sono io che ti reggo tra le ginocchia e il petto, perché, per me, ti sei messa in Croce….non ti sei pentita delle pene e delle spine, perché coltivi il giglio del tuo solo Amore.
E non si accorge, Madre, di aprire un varco di sangue nel tuo Cuore per altre terre, il tuo corpo a trascinare e delle tue ferite ogni splendore!
Ora il silenzio della sua Assenza sconfina nella stasi dell’ombra che raggela e non ha voce, e tu lo aspetti, appeso come un Cristo in Croce”.
L’analisi stilistica e contenutistica del secondo romanzo di Maria Teresa Liuzzo ci permette di stendere alcune osservazioni molto lusinghiere che riguardano l’importante scrittrice calabrese. Spesso noi siamo portati ad ammirare la di non parlare da parte della protagonista e nonostante ciò, di affermare spesso la sua opinione che in seguito muta con la stessa abilità dei grandi scrittori che abbiamo letto e conosciuto in precedenza.
Leggendo il romanzo della Liuzzo, con attenzione, e immergendoci senza remore, con un abbandono sereno e felice nel concavo deposito della narrazione, è possibile comprendere la tendenza filosofica e ricavare sensazioni di notevole interesse che riguardano: “Non dirmi che ho amato il vento!”
Abbiamo cercato di analizzare il volume senza avere la pretesa di essere riusciti a penetrare con compiutezza e nemmeno ad esplicare con profondità, il paragone con alcuni scrittori famosi, che vogliamo mettere accanto alla bravissima scrittrice, che dimostra ancora una volta la sua profondità di pensiero unità alla sua abilità di narratrice.
Qualche breve paragone ci porta a citare grandi scrittori. Ma questo spazio non deve essere frainteso. Assieme a loro Maria Tersa Liuzzo può starci.
Bertrand Russel: “in tutto quello che ci circonda e che ci sembra di nostra proprietà. È opportuno, in qualche occasione fermarsi a riflettere e chiederci se tutto ciò che pensiamo e abbiamo pensato da tempo, sia ovvio oppure non lo sia”.
Il suo contributo logico-filosofico è caratterizzato dal tentativo di raggiungere conclusioni originali ma anche al passo con i tempi.
Rabindranoth Tagore. In CITRA, raccolta poetica di inestimabile valore sia per il contenuto, sia per il valore letterario fra le altre frasi ci offre questa: “O Intimissimo si è colmata la tua sete venendo nel mio cuore? Ti ho dato il calice riempito e mille rivi di gioia e di dolori, torchiando il Cuore come uva spremuto, e l’ho fatto con crudeli torture. Componendo tante melodie e ritmi, tanti colori e tanti profumi ho cesellato il tuo letto nuziale. O Dio della vita ti sono piaciute le mie notti, i miei lavori nella tua dimora solitaria?… o Signore quante volte sono passati giorni senza preghiera, senza adorazione, fioriti nella foresta deserta i fiori dell’altare sono caduti appassiti……O Dio del cuore, non c’è più tutto quello che avevo, tutte le bellezze, tutti i canti, tutta la vita, le veglie e i sonni! (Tagore, Citra, La scoperta del Dio della vita, ed. Paoline, 13-2-1996. Milano.
Comprendiamo come affascinante e moderna sia la percezione di Tagore che esiste un mistero dentro di noi, capace di dare valore positivo ad ogni nostra realtà. I sensi ci trasmettono le perfezioni del mondo esteriore, ma è nel cuore dell’uomo che Dio si manifesta.
Come questi grandi letterati, Maria Teresa Liuzzo ci fa comprendere come nella vita, nulla accada per caso, e ciò che accade lascia tracce indelebili. Dotata di una enorme capacità di raccontare eventi complicati e per questo motivo di difficile comprensione l’autrice riesce a miscelare momenti di differente temporalità.
Il lettore deve leggere in profondità, anche se potrà ugualmente rimanere incerto sulla comprensione di quanto legge. Ci si chiede, infatti se il romanzo sia raccontato come lo intende lei oppure, se debba essere modificata la sua interpretazione.
I suoi riferimenti sono di una profondità e di una importanza notevoli.
Leggiamo un pensiero di Aristotele il grande pensatore ateniese vissuto secoli prima di Cristo.
“Quando si parla di Dio bisogna pensare ad una sostanza immutabile ed eterna. Dio non è composto di Materia poichè la materia è potenza, cioè possibilità di divenire. Dio è pensiero. Vale a dire che Dio pensa sé stesso perché se pensasse a qualcosa di esterno a sé stesso sarebbe incompleto ed imperfetto”.
Altri grandi ai quali che questo romanzo fa pensare:
Etty Hillesum. Dal Diario 1941-1943 cogliamo alcuni pensieri di grande profondità che posono richiamare pagine del rimanzo:
“A volte è come se io fossi già passata attraverso lo stadio dell'”Io” e del “Tu”.
“Ascoltarsi dentro. Non lasciarsi più guidare da quello che si avvicina da fuori, ma da quello che s’innalza dentro”.
“Bisogna anche accettare i momenti “non creativi”; più li si accetta onestamente, più essi passano in fretta. Si deve avere il coraggio di fermarsi, di essere talvolta vuoti e scoraggiati”.
“Bisogna combatterle come le pulci, le tante piccole preoccupazioni per il futuro che divorano le nostre migliori forze creative.
Bisogna essere sempre più parchi di parole insignificanti per trovare quelle parole di cui si ha bisogno. Il silenzio deve alimentare nuove possibilità di espressione.
Bisogna rinunciare a tutto per poter fare in un giorno le migliaia di piccole cose che vanno fatte per gli altri, senza smarrirsi.
Credo che ogni “peccato” contro l’amore per gli altri si vendichi, nella persona stessa come nel mondo circostante.
Credo che sia soprattutto la paura di sprecarsi a sottrarre alle persone le loro forze migliori.
Devo avere il coraggio di vivere la vita con la “carica di significato” che essa pretende, senza per questo considerarmi pesante, o sentimentale, o innaturale.
Daniel Pennac
“Nel deserto il tentatore non è il diavolo, è il deserto stesso: tentazione naturale di tutti gli abbandoni.“
Freud e Sartre: due filosofi neuroculturali:
L’idea della rappresentazione della realtà, trova spazio anche in un altro filosofo, spesso definito saggista, ossia Sigmund Freud. A lui si deve la nascita della psicoanalisi e l’idea che la parte più importante della psiche sia sommersa e nascosta, così come accade con gli aspetti della vita quotidiana. Inoltre, secondo Freud, gli istinti dell’uomo, come quelli primari, tra i quali la fame, ad esempio, condizionano anche il comportamento quotidiano e la realtà nella quale si vive.
Tale concetto può essere collegato, seppur in netta opposizione al pensiero di un altro filosofo famoso, Jean-Paul Sartre, secondo cui le persone sono libere ma plasmabili e capaci di condizionare la propria realtà.
In realtà, Sartre criticava il tanto amato inconscio di cui Freud dibatteva. Mentre secondo Freud per conoscere sè stessi era necessario un incontro da uno psicoterapeuta, secondo Sartre, una persona “non può non conoscere se stessa”, in rapporto a situazioni e realtà differenti che la caratterizzano.
Spinoza
Baruch Spinoza afferma che Dio è l’ordine necessario del tutto e quindi che esiste una sola sostanza: Dio. È sostanza ciò che per esistere non ha bisogno di nessun’altra realtà e per essere concepita non ha bisogno di nessun altro concetto. Solo Dio è causa di sé, nel senso che la sua essenza implica necessariamente l’esistenza.
Il filosofo olandese spiega come la parte più importante della filosofia è l’Etica, nel senso che l’uomo aspira alla felicità, ma questa può essere solo il frutto della saggezza., che porta a scelte morali razionali, equilibrate, e pertanto soddisfacenti. Solo la ragione elimina il fanatismo e ci purifica.
Sistema filosofico: Superando il dualismo cartesiano di Res Cogitans e Res Extensa afferma che la sostanza è solo una, e si identifica con Dio, perché è l’unico che, secondo la definizione di sostanza, è ciò che è in sé e non in “alio”, è ciò che può esistere di per sé, quindi essendo Dio nell’unica cosa con queste caratteristiche è identificabile con la sostanza. La sostanza assoluta, cioè Dio ha infiniti attributi, dei quali però noi possiamo conoscerne solo due (pensiero ed estensione) perché ne siamo partecipi. Tutti gli altri infiniti attributi che la sostanza può avere, ci sfuggono. Ogni attributo a sua volta si manifesta in determinati “modi” (i modi del pensiero sono i concetti, quelli dell’estensioni sono gli oggetti concreti).
Conclusione.
Desidero terminare questo mio semplice scritto affascinato dalla prosa incantevole di M.T. Liuzzo paragonando la sua scrittura a una lezione che apprendiamo da queste frasi, che sono metafore, riferimenti, splendide anche se semplici intuizioni di W.Shakespeare:
“ Ho imparato che…..
Un solo giorno può essere importante più di molti anni
Si può governare con le stelle
Ci si può confessare alla Luna
Si può viaggiare all’infinito
È salutare sentire parole buone
Anche ad essere gentili fa bene alla salute
È non solo utile ma anche necessario sognare
Si può rimanere bambini per tutta la vita
Il nostro essere è libero
Dio nulla vieta se qualcosa è fatto in nome dell’amore
Giudicarsi non è importante mente ciò che realmente importa è la nostra pace interiore
Si può morire per imparare a vivere.











