GIUGLIANO — La chiamano spiaggia inclusiva. Sulla carta. Nei proclami. Nei comunicati. Nella realtà, invece, la parola “inclusiva” rischia di trasformarsi nell’ennesima beffa per chi avrebbe più diritto degli altri a trovare un percorso libero, sicuro e dignitoso verso il mare. Siamo a Giugliano. Litorale. Estate. Sole. Turisti. Famiglie. E davanti agli occhi si materializza una scena che lascia senza parole. Un progetto costato circa 170mila euro che avrebbe dovuto abbattere le barriere e rendere il mare accessibile alle persone con disabilità si trova a fare i conti proprio con quello che avrebbe dovuto combattere: ostacoli, accessi problematici, percorsi interrotti e difficoltà concrete. Non è una questione di estetica. Non è una polemica sul colore delle strutture o sulla qualità di una passerella. Qui si parla di accessibilità. Di diritti. Di persone che non possono permettersi il lusso di trovare una barriera proprio davanti a un servizio nato per eliminare le barriere. E allora la domanda arriva secca. Che cosa è stato realizzato con quei 170mila euro? E soprattutto: funziona davvero? Perché basta arrivare sul posto per capire che tra il progetto raccontato e quello che l’utente trova davanti agli occhi può esserci un abisso. L’ingresso dovrebbe essere il primo punto di accessibilità. Il biglietto da visita. Il passaggio naturale verso il mare. E invece arrivano le prime difficoltà. Auto parcheggiate sui marciapiedi. Spazi occupati. Percorsi resi complicati. Una persona in carrozzina non può semplicemente “scavalcare” un ostacolo. Non può spostare un’automobile. Non può improvvisare. Ha bisogno di un percorso progettato e soprattutto realmente libero. Ogni centimetro conta. Ogni interruzione può trasformarsi in un problema serio. E qui il problema è evidente. Poi ci sono le rampe. Quelle che dovrebbero accompagnare verso la spiaggia diventano invece un altro capitolo della storia. Rampe interrotte. Collegamenti che non sembrano garantire quella continuità indispensabile per chi utilizza una carrozzina. E allora il paradosso diventa gigantesco. Si spendono soldi pubblici per costruire accessibilità e poi l’accessibilità si ferma davanti a un ostacolo. È come costruire una strada e interromperla proprio prima del traguardo. È come installare un ascensore senza collegarlo al piano. Una contraddizione che fa ancora più rumore quando in gioco ci sono persone che quotidianamente combattono contro barriere architettoniche che per molti altri nemmeno esistono. Ma non finisce qui. Perché sul posto, secondo quanto viene denunciato, ci sarebbe anche un altro elemento destinato a far discutere: una sola postazione realmente utilizzabile. Una sola. In una struttura presentata come spazio inclusivo. E qui la domanda diventa inevitabile: quante persone con disabilità possono usufruire contemporaneamente del servizio? Quante famiglie possono arrivare al mare senza dover fare i conti con l’incertezza? Quante persone possono vivere una giornata sulla spiaggia senza sentirsi ospiti di serie B? L’inclusione non può essere un numero scritto su un progetto. L’inclusione deve essere concreta. Deve funzionare. Deve essere verificabile. Deve essere utilizzabile. Altrimenti diventa soltanto una parola buona per i titoli dei comunicati. E poi ci sono le attrezzature. Anche qui arrivano le contestazioni. Attrezzature che sarebbero già danneggiate. Strutture che mostrano segni di deterioramento nonostante il progetto sia relativamente recente. E allora il quadro si fa ancora più pesante. Perché se una struttura destinata alle persone più fragili comincia già a mostrare problemi, qualcuno dovrà spiegare come sia stata progettata, quali materiali siano stati utilizzati, quali controlli siano stati effettuati e soprattutto chi debba intervenire per garantire manutenzione e sicurezza. Non basta inaugurare. Non basta fotografare. Non basta tagliare un nastro. Un’opera pubblica deve funzionare anche dopo la fotografia. Deve funzionare quando arrivano le persone. Deve funzionare quando una famiglia si presenta con una carrozzina. Deve funzionare quando il sole picchia, quando la spiaggia è piena, quando i marciapiedi sono occupati, quando serve davvero attraversare quel percorso. Altrimenti è soltanto una vetrina. E qui il punto diventa politico, amministrativo e soprattutto sociale. Perché 170mila euro non sono noccioline. Sono soldi pubblici. Soldi dei cittadini. Risorse che dovrebbero essere utilizzate con la massima attenzione soprattutto quando vengono destinate a un servizio per persone con disabilità. Ed è proprio per questo che la cifra pesa. Pesa davanti a una rampa interrotta. Pesa davanti a un accesso ostruito. Pesa davanti a una postazione inutilizzabile. Pesa davanti a un’attrezzatura già rotta. Pesa perché dietro quei numeri ci sono persone che aspettano servizi. E allora arriva anche la provocazione: “Per 170mila euro si potevano mandare i disabili in crociera o dare loro dei voucher”. Una frase volutamente forte. Una provocazione. Ma il senso è chiarissimo: se il risultato dell’investimento pubblico non garantisce un servizio realmente accessibile, allora il problema non è soltanto quanto si è speso. Il problema è quanto valore concreto è stato prodotto per chi doveva beneficiarne. È questa la vera misura di un’opera pubblica. Non il cartello. Non la targa. Non la cerimonia. Il risultato. L’utilizzo. La dignità restituita alle persone. Perché una persona con disabilità non chiede privilegi. Chiede di poter fare ciò che fanno gli altri. Arrivare al mare. Percorrere una passerella. Raggiungere una postazione. Sedersi. Guardare l’orizzonte. Fare il bagno, quando possibile. Vivere una giornata normale. Senza dover affrontare ogni volta una corsa a ostacoli. E invece, se il percorso è ostruito dalle automobili, la prima barriera non è nemmeno stata costruita dal progetto. È una barriera urbana. È l’inciviltà di chi parcheggia dove non dovrebbe. Ma anche questo deve essere affrontato. Perché un progetto di accessibilità non può essere considerato riuscito se l’utente non riesce nemmeno a raggiungerlo in condizioni di sicurezza. Servono controlli. Servono percorsi realmente fruibili. Servono spazi liberi. Serve manutenzione. Serve responsabilità. E serve soprattutto una visione complessiva. L’accessibilità non è una passerella piazzata sulla sabbia. È un sistema. Parte dal parcheggio. Continua sul marciapiede. Arriva all’ingresso. Prosegue sulla passerella. Raggiunge la postazione. E deve consentire, per quanto possibile, di vivere il mare. Se uno solo di questi anelli salta, l’intero sistema si rompe. È qui che la parola “inclusiva” rischia di diventare un boomerang. Perché più viene utilizzata, più alte sono le aspettative. E più alte sono le aspettative, maggiore deve essere la qualità del servizio. Se si promette inclusione, bisogna garantire inclusione. Se si parla di abbattimento delle barriere, le barriere devono realmente sparire. Se si investono 170mila euro, bisogna poter spiegare con precisione dove sono finiti, cosa è stato realizzato, quali risultati produce e quali controlli sono stati effettuati. Non è caccia allo scandalo. È controllo civico. È attenzione alla spesa pubblica. È tutela di chi spesso non ha voce. Ed è proprio questo il punto più delicato. Una persona con disabilità può essere costretta a dipendere dagli altri per molte attività. Il mare, però, dovrebbe essere un luogo di libertà. Un luogo dove poter trascorrere qualche ora senza sentirsi davanti a un altro muro. Se anche una struttura pensata per abbattere le barriere diventa una nuova fonte di difficoltà, allora qualcosa non ha funzionato. E qualcuno deve avere il coraggio di dirlo. Senza giri di parole. Senza fotografie patinate. Senza slogan. Guardando la realtà negli occhi. Giugliano ha bisogno di servizi che funzionano. Il litorale ha bisogno di accessibilità vera. Le persone con disabilità hanno bisogno di rispetto. E il rispetto passa anche dalla manutenzione quotidiana delle strutture. Perché una passerella rotta non è soltanto un pezzo di materiale danneggiato. È una possibilità negata. Una rampa interrotta non è soltanto un problema tecnico. È un percorso che si interrompe. Un’auto sul marciapiede non è soltanto una sosta selvaggia. È una barriera. Una postazione inutilizzabile non è soltanto una struttura vuota. È un servizio che non può essere utilizzato. E quando tutte queste cose si sommano, la parola “inclusione” comincia a perdere significato. La domanda finale è semplice. Chi controlla? Chi verifica? Chi deve intervenire? Quali sono i tempi della manutenzione? Quante postazioni sono realmente operative? Qual è lo stato delle attrezzature? Il progetto è conforme a quanto previsto? E soprattutto: oggi una persona con disabilità può arrivare dalla strada fino al mare senza incontrare ostacoli? È questa la domanda alla quale bisogna rispondere. Non con un comunicato. Non con una fotografia. Ma con i fatti. Perché 170mila euro meritano risposte. E soprattutto perché le persone con disabilità meritano molto di più di una spiaggia “inclusiva” soltanto sulla carta. Meritano una spiaggia davvero accessibile. Senza cancelli. Senza barriere. Senza rampe interrotte. Senza attrezzature rotte. Senza umiliazioni. Senza dover chiedere permesso per vivere il mare. Altrimenti non chiamatela inclusione. Chiamatela per quello che è: l’ennesima promessa rimasta a metà.









