
Il mondo del food delivery in Italia è scosso da un provvedimento giudiziario destinato a segnare un precedente. La Procura di Milano ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza di Foodinho srl, società che gestisce la piattaforma Glovo in Italia, contestando il reato di caporalato aggravato per le condizioni di sfruttamento di migliaia di rider. Secondo gli inquirenti, il sistema organizzativo e retributivo avrebbe fatto leva sullo stato di bisogno dei lavoratori, garantendo compensi ben al di sotto della soglia di povertà e in palese contrasto con i contratti collettivi nazionali. Il decreto, firmato dal pm Paolo Storari e eseguito dai Carabinieri del Gruppo per la Tutela del Lavoro, dispone il controllo giudiziario di Foodinho srl, con la nomina di un amministratore giudiziario incaricato di verificare e correggere le condizioni di lavoro. L’amministratore dovrà:
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accertare il rispetto delle norme in materia di lavoro e sicurezza;
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regolarizzare le posizioni dei rider;
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impedire il ripetersi delle violazioni;
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porre fine alle situazioni di sfruttamento strutturale.
Contestualmente, risultano indagati per caporalato l’amministratore unico di Foodinho, Miquel Oscar Pierre, e la stessa società, ai sensi della normativa sulla responsabilità amministrativa degli enti. Il decreto della Procura fotografa un quadro durissimo:
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circa 2.000 rider solo nell’area di Milano;
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circa 40.000 rider in tutta Italia coinvolti nel sistema Glovo–Foodinho;
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retribuzioni in alcuni casi inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà;
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compensi inferiori fino all’81,62% rispetto ai minimi previsti dalla contrattazione collettiva di riferimento.
In molti casi, le paghe effettive si attestano su 2,5 euro a consegna, cifre giudicate “non proporzionate né alla qualità né alla quantità del lavoro prestato” e incompatibili con il diritto a un’esistenza libera e dignitosa sancito dalla Costituzione. L’inchiesta non si limita agli aspetti economici, ma descrive un modello organizzativo oppressivo, fondato su:
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geolocalizzazione costante tramite app, con monitoraggio in tempo reale di spostamenti e performance;
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turni prolungati, spesso in orari serali e notturni, con condizioni meteo avverse;
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pause ridotte o di fatto scoraggiate, per non perdere “slot” di lavoro;
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sistema di rating e penalità, con esclusione dai turni migliori o riduzione delle opportunità di consegna per chi rifiuta ordini, si disconnette o non rispetta tempi e percorsi.
Questo meccanismo, secondo la Procura, configura una forma di eterodirezione di fatto: i rider vengono formalmente qualificati come collaboratori autonomi, ma sono sottoposti a vincoli e controlli tipici del lavoro subordinato, senza però le relative tutele. L’ipotesi di reato è quella di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (caporalato), aggravata dal numero dei lavoratori coinvolti e dalla sistematicità delle condotte.
Gli elementi indicati nel decreto includono:
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sfruttamento dello stato di bisogno dei rider, spesso privi di alternative occupazionali;
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paghe da fame, non idonee a garantire un tenore di vita dignitoso;
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assenza di adeguate tutele in materia di malattia, infortuni, ferie, maternità;
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pressioni indirette a lavorare in condizioni rischiose (traffico intenso, maltempo, orari notturni).
L’applicazione del caporalato a una piattaforma digitale segna un passaggio cruciale: la Procura riconosce che anche nella gig economy possono esistere forme di sfruttamento strutturale analoghe a quelle tradizionalmente riscontrate in agricoltura o nell’edilizia. Se il provvedimento sarà confermato dal gip e l’impianto accusatorio reggerà, il caso Glovo–Foodinho rischia di diventare un precedente dirompente per l’intero settore del food delivery:
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altre piattaforme potrebbero essere spinte a rivedere i modelli contrattuali;
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si rafforzerebbe la richiesta sindacale di riconoscere i rider come lavoratori subordinati o, quantomeno, come collaboratori con tutele rafforzate;
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si aprirebbe la strada a azioni collettive per il recupero delle differenze retributive e il risarcimento dei danni.
Il controllo giudiziario, inoltre, non è una misura meramente punitiva: mira a correggere dall’interno il funzionamento dell’azienda, imponendo un percorso di regolarizzazione che potrebbe diventare modello per l’intero comparto. Da anni i rider denunciano:
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compensi variabili e imprevedibili, legati a logiche algoritmiche opache;
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assenza di un reddito minimo garantito;
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costi di lavoro scaricati su di loro (mezzo, manutenzione, carburante o ricarica, dispositivi di sicurezza);
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ricatti impliciti legati al punteggio sull’app e alla possibilità di essere “tagliati fuori” dai turni.
L’inchiesta milanese sembra dare forma giuridica a queste denunce, riconoscendo che non si tratta di casi isolati, ma di un sistema che “fa leva sullo stato di bisogno” e produce paghe sotto la soglia di povertà per decine di migliaia di persone. Il caso Glovo–Foodinho non è solo una vicenda giudiziaria: è uno snodo politico, sociale e culturale sul significato del lavoro nell’era delle piattaforme. Dietro ogni zaino giallo che attraversa le città italiane c’è una persona che, troppo spesso, lavora con stipendi da miseria, turni massacranti e un sistema di punizioni digitali che ne condiziona la vita quotidiana. La decisione della Procura di Milano di contestare il caporalato e di imporre un controllo giudiziario apre una fase nuova: ora la sfida sarà trasformare questo passaggio in diritti concreti, contratti equi e condizioni di lavoro che rispettino davvero la dignità di chi pedala, corre, consegna.









