C’è una storia, in Iran, che non può lasciarci indifferenti. Una storia che attraversa il silenzio, lacera le coscienze e interpella la responsabilità di ognuno di noi. È la storia di Goli Kouhkan, una bambina trasformata troppo presto in sposa, e oggi trasformata da un sistema giudiziario spietato in una colpevole da condannare a morte. Aveva appena 12 anni quando le fu imposto un matrimonio forzato. Da quel momento la sua vita si è trasformata in una sequenza di soprusi, violenze domestiche, annientamenti quotidiani che l’hanno segnata nel corpo e nell’anima. Nessuna tutela, nessuna voce adulta pronta a difenderla. Solo sofferenza e silenzio. L’omicidio e la condanna. Dopo anni di abusi, Goli ancora bambina avrebbe ucciso il marito violento. Un gesto disperato, l’atto estremo di chi non ha più scampo. Ma la giustizia iraniana non conosce la parola “protezione”. Secondo la legge del qisas, la cosiddetta “legge del taglione”, la giovane è stata condannata a morte. Per evitare l’esecuzione, la famiglia della vittima pretende la somma del cosiddetto “blood money”, un risarcimento monetario che supera i 90.000 euro: una cifra impossibile per chiunque viva in condizioni di povertà e isolamento. In altre parole, una bambina che ha tentato di difendersi oggi rischia di essere giustiziata. Una responsabilità globale. Il caso di Goli non è solo una tragedia individuale. È lo specchio di un sistema che continua a tollerare matrimoni precoci, violenza di genere, punizioni disumane. È un appello che chiama in causa la comunità internazionale, le organizzazioni per i diritti umani, ma anche noi cittadini. Restare indifferenti significa essere complici. È urgente mantenere alta l’attenzione mediatica, fare pressione diplomatica, sostenere campagne che chiedono l’abolizione della pena di morte per i minori e la tutela delle vittime di violenza domestica. Ogni condivisione, ogni voce, ogni articolo può contribuire a salvare una vita. Per Goli, e per tutte le bambine che non hanno voce Goli è una bambina che ha subito ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vivere. La sua storia ci costringe a guardarci dentro e a domandarci quale ruolo vogliamo avere in un mondo dove una minorenne può essere prima data in sposa, poi maltrattata e infine condannata alla pena capitale. Non possiamo permettere che la sua vicenda cada nell’oblio. Non possiamo permettere che la giustizia diventi un’arma contro chi andrebbe protetto. La battaglia per Goli è la battaglia per la dignità umana. È la battaglia per ogni bambina.
L’ opinione di Simona Carannante
Come giornalista, come donna e come cittadina del mondo, ritengo che il caso di Goli Kouhkan rappresenti una delle più gravi violazioni dei diritti umani del nostro tempo. Non stiamo parlando soltanto di un errore giudiziario: stiamo assistendo alla conseguenza più feroce di un sistema che continua a sacrificare l’infanzia sull’altare della tradizione e del silenzio. È inaccettabile che una bambina venga prima costretta a un matrimonio forzato, poi lasciata sola di fronte a anni di violenze domestiche, e infine giudicata come un’adulta e condannata a morte secondo criteri che negano ogni principio di tutela internazionale del minore. La legge del qisas non può prevalere sul diritto universale alla vita, alla libertà e alla protezione dei più vulnerabili. Credo fermamente che la comunità internazionale non possa limitarsi a osservare. Serve una mobilitazione globale, una pressione diplomatica costante, una voce collettiva capace di superare i confini e di affermare che nessun Paese può disporre della vita di un minore come se fosse un bene da barattare. La storia di Goli non è un fatto isolato: è il sintomo di un sistema che va denunciato con forza, perché normalizzare l’ingiustizia significa renderla eterna. Per questo, come giornalista, sento il dovere di raccontarla. Per questo, come donna, sento il bisogno di gridarla. E per questo, come essere umano, sento l’urgenza di pretendere che Goli non diventi l’ennesima vittima silenziosa di un mondo che sceglie di guardare altrove. In un tempo che troppo spesso assiste senza intervenire, la storia di Goli ci impone una scelta: restare spettatori o diventare voce. Perché ogni volta che una bambina viene tradita dalla legge, è la nostra umanità a essere condannata. E se davvero vogliamo un mondo capace di proteggere i più fragili, allora dobbiamo cominciare da qui: dal coraggio di non voltare lo sguardo, dal dovere di denunciare, dalla responsabilità di difendere chi non ha più forza per chiedere aiuto.
Goli non è solo un nome.
Goli è un confine morale.
E da quel confine passa il valore di ciò che siamo.









