Lo Stretto di Hormuz torna al centro della crisi globale. Dopo settimane di tensione, l’Iran ha di fatto ristretto l’accesso a uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo, introducendo un sistema tanto controverso quanto inedito: un pedaggio per le navi, fino a un dollaro al barile, da pagare anche in criptovalute come il Bitcoin.
Una mossa che ha subito fatto discutere e che rischia di avere effetti enormi sul commercio internazionale, soprattutto sull’energia. Da questo stretto, infatti, passa circa il 20% del petrolio mondiale, rendendolo un punto nevralgico per l’economia globale. Ma la domanda è una: quali navi riescono davvero a passare? Al momento, il traffico è drasticamente ridotto. Rispetto agli oltre 100 passaggi giornalieri registrati prima della crisi, oggi si contano pochissime imbarcazioni autorizzate. A transitare sono soprattutto petroliere e cargo legati direttamente o indirettamente a Paesi considerati “non ostili” da Teheran, come Cina, India o Pakistan. Per tutte le altre, la situazione è molto più complicata. Il passaggio non è libero: serve un’autorizzazione preventiva, controlli sui carichi e, soprattutto, il pagamento del pedaggio. Senza queste condizioni, lo stretto resta di fatto chiuso. Il sistema imposto dall’Iran funziona come una sorta di “casello marittimo”. Le navi devono comunicare in anticipo i dettagli del viaggio e attendere il via libera. Solo dopo possono attraversare, spesso sotto scorta. Il prezzo? Variabile, ma con una base indicativa di circa un dollaro per barile di petrolio trasportato, che per una grande petroliera può tradursi in milioni di dollari. La vera novità, però, è la modalità di pagamento. Secondo diverse fonti, Teheran starebbe chiedendo transazioni in criptovalute o valute alternative come lo yuan, aggirando così il sistema finanziario internazionale e le sanzioni occidentali. Una scelta che apre scenari completamente nuovi: non solo sul piano economico, ma anche geopolitico. Perché se le grandi compagnie energetiche dovessero accettare queste condizioni, si creerebbe un precedente senza precedenti nella gestione delle rotte strategiche globali. Nel frattempo, il traffico resta bloccato o fortemente limitato. Migliaia di navi sono ferme o in attesa di capire se e come potranno attraversare uno dei punti più delicati del pianeta. E mentre la diplomazia internazionale prova a trovare una soluzione, lo Stretto di Hormuz si conferma ancora una volta come uno dei principali termometri delle tensioni globali. Con una differenza rispetto al passato: oggi, oltre al petrolio, a passare da lì potrebbero essere anche Bitcoin.









