Ai “tempi che furono”, il BancoLotto a Napoli non era solo un gioco, era un rito, un mestiere, una leggenda. Prima che arrivasse il Lotto di Stato nel 1863, a Napoli si giocava al “BancoLotto” già dal 1600. Non era gestito dallo Stato, ma dai “banchieri del lotto”: persone private, spesso legate alla camorra dell’epoca, che tenevano il banco in strada, nelle botteghe, nei bassi.
Si puntava su numeri, sogni, “smorfie” e cabale. L’estrazione avveniva a voce, con le palline estratte in piazza, davanti a tutti, trasparenza zero, fiducia totale. Il cuore del BancoLotto era la Smorfia Napoletana, sognavi una serpe? 7. Vedevi tua nonna morta? 47. Ogni immagine aveva il suo numero. La mattina i napoletani andavano dal “banchiere” non con la schedina, ma col racconto del sogno della notte prima. Il banchiere era mezzo indovino, mezzo psicologo: ti interpretava il sogno e ti consigliava la giocata. “O’ nummero buono” era una scienza. A Napoli il BancoLotto era popolarissimo perché lo Stato non c’era, ma la povertà sì, con pochi soldi potevi “fare 48” e cambiare vita. Certo, i banchieri guadagnavano tantissimo e spesso non pagavano le vincite grosse… da qui il detto “chi vince al lotto non lo dice a nessuno, chi perde lo dice a tutti”.
Quando nel 1863 lo stato sabaudo nazionalizzò il gioco, i banchieri napoletani sparirono. Ma la Smorfia, le cabale, il modo di giocare “a voce” sono rimasti. Il Lotto di oggi è figlio diretto di quel BancoLotto di strada. Il BancoLotto racconta Napoli: creatività, superstizione, bisogno di speranza e un rapporto diretto, umano, col banco, non c’erano ricevitorie, c’era “zio Ciro” al vicolo che ti segnava la giocata su un pezzo di carta.
Oggi è tutto computer e QR code. Ma chi è cresciuto a Napoli sa che il vero Lotto ha l’odore del caffè, della piazza e dei sogni raccontati al mattino.
La Smorfia è nata proprio col BancoLotto. Ecco i classici che ogni napoletano sa a memoria:
1: L’Italia – perché “siamo tutti una nazione”
7: ‘A sciorta, la fortuna – il numero più giocato
13: Sant’Antonio – porta bene se preghi
17: ‘A disgrazia – numero che porta sfortuna, ma tanti lo giocano “apposta”
33: L’età di Cristo – numero sacro
47: O’ muorto che parla – i morti nei sogni portano numeri
48: O’ muorto che parla… in dialetto – la variante più “forte”
90: Paura – la fine, l’ansia
La regola d’oro: non è il numero in sé, è il sogno che ti porta al numero. Hai sognato il mare in tempesta? 40, 66, 90. Hai sognato i soldi? 5, 6, 27.
Porta Nolana era la “Wall Street” del BancoLotto, qui c’erano i banchieri più famosi:
Zì Ciro ‘o Banco – Anni ‘800. Teneva banco sotto l’arco di Porta Nolana, si diceva che non sbagliava mai un’interpretazione dei sogni, quando lo Stato chiuse i banchi privati nel 1863, la gente andò a salutarlo come se fosse morto un parente.
Donna Carmela ‘a Scommessa: una delle poche donne banchiere, riceveva le donne del quartiere al mattino presto, mentre i mariti dormivano. “Dimmi che hai sognato Carmela mia” era la frase d’ingresso, pagava sempre, anche se ci perdeva, per questo la gente le voleva bene.
‘O Greco: Banchiere di Forcella, metà ‘800, la leggenda vuole che facesse sparire le schedine vincenti e dicesse “o’ sistema ha sbagliato”, da lui nasce il detto napoletano: “è comme o’ banco ‘o Greco”. Finì male, arrestato dai Savoia. Al BancoLotto non andavi solo per giocare, andavi per parlare, per sfogarti, per avere un consiglio, il banchiere conosceva la tua famiglia, i tuoi debiti, i tuoi sogni, ti faceva credito se eri in difficoltà. Era banca, psicologo e confidente tutto in uno.
Quando arrivò il Lotto di Stato, con le estrazioni a Roma e le ricevitorie fredde, i napoletani ci misero anni ad abituarsi, perché al BancoLotto perdevi soldi, ma non perdevi l’umanità.
I banchi del lotto ai “tempi che furono” non erano ricevitorie, erano posti vivi, rumorosi, pieni di odori e storie, ogni quartiere aveva il suo, il banco era un tavolo di legno messo sotto un arco, in un vicolo, o dentro al “basso” di casa del banchiere, ‘O libbro ‘e smorfia aperto sulla pagina dei sogni più comuni, ‘A cassetta di latta per i soldi, sempre sotto chiave, ‘O gesso e ‘a lavagna dove segnava le giocate; niente scontrino, ti segnava la giocata su un pezzetto di carta o ti diceva “me lo ricordo io, va tranquillo”, e la gente si fidava.
Porta Nolana era Il “quartiere generale”, sotto l’arco e nei vicoli di Forcella, qui c’erano i banchi grossi, quelli che reggevano giocate da mezzo quartiere. La mattina era un mercato: odore di pesce, urla dei venditori e in mezzo “Zì Ciro, famme 7 e 90 che aggio sunniato ‘a sciorta!”
Poi c’era il banco più “borghese” nella Pignasecca, qui giocavano i commercianti, gli artigiani, il banchiere era vestito bene, parlava meglio, e ti dava anche credito “a libretto” se eri cliente fisso.
Nei Quartieri Spagnoli i banchi erano piccoli, familiari, spesso tenuti da donne, le “maste ‘e banco”. La giocata si faceva mentre si appendevano i panni: “Carmela, nun ce sta chiu ‘a carta, segnelo tu che tanto me fido”.
Al mercato Il banco era il più caotico, apriva all’alba e chiudeva a notte fonda, qui si giocava di tutto: numeri, terzine, ambi, e se vincevi, ti pagavano subito in contanti, sul tavolo, davanti a tutti.
Quando entravi nel banco sentivi subito l’odore: caffè, fumo di pipa del banchiere, umidità dei bassi, gente che raccontava i sogni a voce alta, il banchiere che ripeteva “33, 47, va buono va buono”, prima raccontavi il sogno, il banchiere annuiva, fumava, ti guardava negli occhi, poi ti diceva il numero, non sceglievi tu, ti “consigliava” lui, era rispetto e fiducia, il sabato era il giorno peggiore: tutti a giocare per l’estrazione della domenica. La fila usciva dal vicolo.
Nel 1863 lo Stato piemontese li chiuse tutti. “Gioco d’azzardo illegale” dissero, mandarono i carabinieri a sequestrare tavoli e cassette, ma i napoletani non smisero di giocare, per anni i banchi andarono “sottoterra”, nei cortili, di notte, a voce bassa, e molti banchieri diventarono i primi tabaccai quando lo Stato aprì le ricevitorie ufficiali, stesso mestiere, bancone diverso.
In fondo quel tavolo di legno sotto l’arco era più di un banco: era il confessionale, l’ufficio, il bar del quartiere, lì si perdeva, si vinceva, ma soprattutto si parlava.
Antonietta Cacace










