Il complesso strato del vivere:
Tra Alti e Bassi di Aldo Sisto

La poesia come movimento esplorante, come canale fagocitante di un reale assai complesso, rugoso, inesplorabile ed alienante. Questo il filo rosso sotteso alla splendida silloge poetica “Alti e bassi” di Aldo Sisto che si presenta sin da subito come racconto di poliedriche esperienze di vita. Un’esistenza costellata da un naturalismo connotato quale panpsichismo e panteismo che tutto anima, che ciascuna cosa penetra, configurandosi in atmosfere paradisiache in cui le stagioni fungono da sfondo ai pensieri di una coscienza ancora capace di perdere se stessa nella visione di un fiume corrente verso il mare, di una luna sporgente oltre una finestra di luce. E i giorni e le notti traspaiono in un inno hegeliano alla terra natia, la Puglia, con i suoi “cieli limpidi…ed il bianco dei trulli”, mentre riaffiorano rimembranze di una cartella di scuola e dell’esame di laurea, segno di un tempo mai perduto perché custodito nei cunicoli nascosti dell’anima. E poi la dimensione dell’essere per la morte, di una finitezza che si insinua, caduca, tra le pieghe dell’umano sconvolgendone e sciupandone la sembianza con il suo parco di rimpianto e ricordo, con il suo volto abominevole e vuoto. Eppure il richiamo di un’individualità che si materializza nella presenza, nella voce di una coscienzialità aperta verso il mondo, lontana da quel solipsismo di husserliana memoria che dei fenomeni faceva solo un riflesso della soggettività, chiama ed invoca lo spirito di Altri, dell’altro uomo, intanto che il risveglio nei riguardi della dimensione trascendente abbaglia l’autore con la sua incomprensibilità. Ma l’amore che tutto muove costituisce per Aldo Sisto la chiave di volta abile a restituire quel senso respinto tra le ombre di un campo di sterminio, tra i fumi delle guerre, nel bel mezzo delle ragnatele della pandemia da coronavirus. Un sentimento inteso come fiamma che arde la piaga del desiderio, condensandosi sulle alture di una stella, per ridiscendere sul sentiero di un lago ghiacciato in pieno inverno. Arsura di “occhi che trafiggono”, crocifiggono lo sguardo inchiodandolo allo spettro di un sorriso. Ed è subito giorno. È subito riverbero fintantoché l’attesa viola ogni legge sociale, apparendo come bivio su una roccia. E se sognare “è gioire e soffrire”, la felicità è racchiusa nel segreto di un istante mentre il niente, nella sua potenza nullificatrice ed in divenire, tenta di restituire potere a quella coscienza chiamata e “condannata” ad una libertà la quale, in fondo, non vuol dire altro che responsabilità. Responsabilità di agire, di essere. Così l’aurora ed il tramonto accompagnano gli istanti di un destino che si vuole già scritto, ma che risuona nella perennità di un “gorgoglio di mare”, poiché:
“Lontano oltre la siepe
Forse è il vero.
Lontano oltre la siepe
Forse è il bello.
Lontano oltre la siepe
Forse è il giusto”.
In siffatta maniera, se, secondo il poeta romantico John Keats, “verità è bellezza e bellezza è verità”, il trionfo di un reale che si voglia “parresiasta” si staglia sulle cime di un’umanità in cerca di se stessa, mentre “l’Amore, il Bene e la Pace” rappresentano quei soli sperduti ed inesplicabili i quali viaggiano su binari misteriosi per esseri incapaci di trovarsi tra le linee fugaci del mondo. Insensibili al richiamo della meraviglia per ciò che chiamiamo vita.
“Alfine mi rassegno,
non m’è dato guardare oltre la siepe:
ma perché mi strugge un tal desiderio?
E se lontano, oltre la siepe,
vi fosse il nulla?”
Chiara Ortuso










