
A Genova una faida tra vicini trasforma un palazzo in una trincea psicologica. Nel mirino anche gli animali domestici e i portalettere, costretti a interrompere il servizio per ritorsione.
GENOVA – Esistono perimetri abitativi in cui la convivenza civile non si limita a incrinarsi, ma si dissolve, lasciando il posto a una ferocia psicologica che logora le fondamenta stesse del quotidiano. Non siamo di fronte alla classica e spigolosa ruggine da pianerottolo, quella fatta di calpestii molesti o di riunioni condominiali animate da piccoli egoismi. Questa è la cronaca di un’ossessione claustrofobica che ha trasformato un condominio genovese in una trincea di ostilità permanente, spingendo la Procura a chiedere il rinvio a giudizio per un uomo di 66 anni e la sua ex compagna di 50. L’accusa, pesante come un macigno che rotola lungo le scale, è quella di stalking condominiale. Per mesi, l’atmosfera all’interno dell’edificio è rimasta satura di un’ostilità metodica, quasi scientifica nella sua capillarità. Le denunce tratteggiano uno scenario di vessazioni verbali, dispetti sistematici e intimidazioni ravvicinate che hanno azzerato la serenità dei residenti, costringendoli a rimodulare i propri orari, a muoversi felpatamente tra le mura di casa e a guardare spauriti dallo spioncino prima di varcare la soglia. Una prigionia psicologica tra le proprie mura domestiche. “Ti faccio sbranare il gatto dal cane”, una delle frasi intercettate che meglio fotografa la spietatezza di una guerra di logoramento che non ha risparmiato nemmeno gli affetti più indifesi. La tossicità dell’ambiente ha finito per travalicare i confini del palazzo, espandendosi come una macchia d’olio nel quartiere e investendo persino chi, per dovere professionale, doveva semplicemente accostarsi a quell’indirizzo. La situazione di pericolo e l’escalation di aggressività verbale avevano raggiunto picchi tali da indurre i portalettere della zona a sospendere temporaneamente le consegne della corrispondenza presso lo stabile. Una decisione drastica, quasi inedita, figlia del timore concreto di subire ritorsioni o di trovarsi nel fuoco incrociato di una faida incontrollabile. Ora che la parola passa alle aule di giustizia, resta il vuoto pneumatico di una socialità polverizzata dal rancore. Il processo civile e penale cercherà di stabilire le responsabilità formali, ma difficilmente potrà sanare in tempi brevi le cicatrici emotive di una comunità microscopica che ha scoperto quanto possa essere profondo e destabilizzante l’inferno dietro la porta accanto.









