C’era un tempo in cui il medico di famiglia non era un nome su un’app per prenotare. Era un’istituzione. Più importante del parroco, più ascoltato del sindaco.
Conosceva tutti, ma proprio tutti. Sapeva quando eri nato, quante bronchiti avevi avuto alle elementari, che a tuo padre si alzava la pressione se mangiava salato e che a tua nonna quel ginocchio faceva male da prima del terremoto. Niente cartelle cliniche nel computer, niente fascicolo elettronico, tutto in testa, una memoria fatta metà di scienza e metà di affetto.
E poi c’era il rito, quello che oggi non esiste quasi più.
Stavi male? Non andavi tu dal medico, veniva lui da te.
Si sentiva il citofono: “È il dottore”, e in casa partiva il protocollo di emergenza, si aprivano le finestre, si rifaceva il letto al malato, si metteva ordine come se dovesse venire il Papa.
Lui saliva, un po’ trafelato, con la sua borsa nera di pelle, quella borsa che per i grandi conteneva la scienza, per noi bambini conteneva tutti gli incubi del mondo.
Perché diciamocelo: noi, da piccoli, del dottore avevamo una paura folle.
Lo amavamo perché diceva a mamma che potevamo saltare la scuola, ma lo temevamo come l’Uomo Nero. Appena appoggiava la borsa sul comodino, iniziavamo il calcolo delle probabilità.
Cosa tirerà fuori oggi?
Le mani gelide, sempre gelide, a febbraio come ad agosto, mani che ti arrivavano sulla schiena e ti facevano sobbalzare di tre metri: “Respira… adesso non respirare…”. E tu che cercavi di non morire di ipotermia.
Il cucchiaio: Questo era il suo marchio di fabbrica, non aveva abbassalingua usa e getta. No. Si girava verso mamma e diceva calmo: “Signora, mi dà un cucchiaio per favore?”
In quel momento per noi finiva tutto, vedevamo mamma andare in cucina, tornare con il cucchiaio, quello buono, e lui lo girava al contrario e con il manico ti schiacciava la lingua. “Dì aaaah”.
Era geniale e terrificante insieme. Un oggetto di casa nostra che diventava improvvisamente uno strumento di tortura. Per giorni dopo guardavi i cucchiai nel cassetto con sospetto.
L’arma finale. La siringa, non doveva nemmeno usarla, bastava intravederla nella borsa socchiusa e partiva la trattativa di pace: “Giuro che da domani mangio tutte le verdure”.
E poi c’era la scrittura, una ricetta scritta da lui la poteva leggere solo una persona al mondo: il farmacista di fiducia, erano due che si capivano con segni cabalistici, noi vedevamo solo scarabocchi, ma in farmacia diventava magicamente “antibiotico per 6 giorni”.
La cosa più incredibile, però, era la frase finale, quella che valeva più di qualsiasi medicina.
Ti guardava, con quella calma da veterano di mille influenze, e diceva: “Ma che ha da essere, non è niente. Fra tre giorni sta in mezzo alla strada”.
E tu guarivi, non per l’antibiotico, guarivi perché l’aveva detto lui.
Ci manca il Dottore con la D maiuscola, quello della borsa nera, del cucchiaio rubato in cucina e della voce che ti faceva passare la febbre prima ancora della Tachipirina.
Anche se, a 8 anni, avremmo pagato oro per non vederlo arrivare.
Antonietta Cacace









