Un imperatore, una leggenda e un mistero che nessuno ha mai davvero svelato
Nel cuore di Barletta, accanto alla Basilica del Santo Sepolcro, si erge una statua che da secoli osserva silenziosa il passaggio del tempo: il Colosso di Barletta, noto localmente come Eraclio o “Aré”. Ma dietro i suoi 4,5 metri di bronzo si cela una storia che va ben oltre la semplice scultura imperiale. È un racconto mitologico, una leggenda che pochi conoscono e che merita di essere riscoperta.
La leggenda dimenticata: il gigante che salvò Barletta
Secondo una tradizione popolare, durante un’invasione saracena, la città era sull’orlo della disfatta. Fu allora che il Colosso, animato da uno spirito protettore, scese dal suo piedistallo e si sedette fuori dalle mura cittadine, fingendosi triste e cacciato dai suoi concittadini per essere “il più piccolo tra loro”. Gli invasori, terrorizzati all’idea di affrontare una città popolata da giganti, fuggirono senza combattere.
Un’identità imperiale avvolta nel mistero
Nonostante il nome “Eraclio”, gli storici oggi ritengono che la statua non raffiguri l’imperatore bizantino Eraclio I, ma piuttosto Teodosio II, imperatore romano d’Oriente. A confermarlo sarebbe il diadema con un gioiello di arte gota, legato alla madre di Teodosio, Elia Eudossia. La statua, probabilmente commissionata da Valentiniano III a Ravenna nel 439 d.C., sarebbe poi giunta a Barletta per volere di Federico II di Svevia.
Il dettaglio che nessuno ha notato
Ecco il particolare che sfugge ai più: il globo nella mano sinistra del Colosso, simbolo del dominio imperiale sul mondo, è tenuto con una tale fermezza da suggerire non solo potere, ma anche protezione. Un gesto che, letto alla luce della leggenda, trasforma la statua da semplice monumento a guardiano mitologico della città. Non è solo un imperatore: è un simbolo di resistenza, astuzia e identità barlettana.
Un monumento vivo
Il Colosso non è solo un reperto archeologico, ma un protagonista silenzioso della storia di Barletta. Restaurato più volte, con gambe e braccia rifatte nel XV secolo, è l’unica statua bronzea di tali dimensioni non custodita in un museo. E forse è giusto così: perché Eraclio non è un oggetto da conservare, ma un mito da tramandare.









