martedì, Dicembre 9, 2025
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Il LA che unisce: piccola poesia dell’accordatura

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Di Stella Camelia Enescu

 

Prima che la musica cominci, prima che la bacchetta del direttore disegni nell’aria il primo gesto, c’è un momento speciale: la nascita del suono comune. Non è ancora concerto, non è ancora arte. È qualcosa di più fragile e più prezioso: l’incontro. L’orchestra è lì, un mosaico di strumenti diversi: archi, fiati, ottoni, percussioni. Ognuno ha la propria voce, la propria storia, la propria temperatura. Eppure, tutti aspettano un unico segnale: il LA. È quasi sempre l’oboe, quel fiato sottile e luminoso che attraversa la sala come un raggio d’argento. Il suo LA è puro, diritto, come una linea tracciata sulla carta bianca del silenzio. Da secoli gli orchestrali si fidano di lui: stabile, chiaro, inconfondibile. Il primo violino , il concertino, ascolta. Annuisce. E il rito comincia. Gli archi sono i primi a rispondere: il violino solleva l’arco, lascia vibrare la corda di LA e la fa incontrare con quella nota guida. Se c’è un tremolio, una piccola onda d’aria, è segno che il suono non coincide: allora si gira una chiavetta, si tende una corda, si cerca il punto giusto, quasi fosse un allineamento di stelle.

 

 

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Poi vengono le altre corde, che si accordano per quinte, una dopo l’altra, come una scala che si illumina gradino per gradino. Intanto entrano i legni: il flauto sistema la lunghezza del suo tubo d’argento, il clarinetto regola la sua imboccatura, il fagotto trova il suo posto nell’aria. Gli ottoni ascoltano e rispondono, con quel loro respiro caldo che riempie la sala: un trombone che avanza o arretra la coulisse, un corno che si assesta nel suo suono più vero. È un via vai di micro-movimenti, piccoli, quasi invisibili, ma necessari a costruire la grande armonia che verrà. E se c’è un solista, anche lui vive questo rito. Un violinista che entra con il pianoforte ascolta il LA dal tasto bianco. Un flautista in un recital riceve un LA dai compagni o, se è solo, dal suo piccolo diapason nascosto in tasca. Ogni musicista, prima di parlare al pubblico, deve prima parlare con il suono.

 

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Perché il LA non è solo una nota: è una promessa. È il punto in cui si incontrano mondi diversi. È l’etichetta invisibile che ricorda a tutti che la musica non nasce mai da soli, neppure per chi suona da solo. E quando tutte le sezioni hanno finito, quando ogni strumento ha trovato la sua luce, l’orchestra respira insieme. Un solo respiro. Una sola vibrazione. Un’unica direzione.L’oboe tace. Il primo violino si siede. Il direttore alza le braccia. E in quell’istante, prima della prima nota, ancora prima della prima battuta, la sala è già piena di una musica segreta: la musica dell’accordo, dell’ascolto, della pazienza, dell’attenzione reciproca. Tutto nasce da un LA.                                     

   Un punto piccolissimo, ma sufficiente per accendere un mondo intero di suoni.

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