La lotta per esistere:
Tragicità ed ineluttabilità del reale attraverso il Mestiere di vivere di C. Pavese
“Da ragazzo ho letto il Mestiere di vivere come la storia di uno scrittore che gioca di continuo contro se stesso e alla fine si dà scacco matto”[1].
Un memoriale che ha il sapore di un’autobiografia, uno zibaldone programmatico e coeso quello che Cesare Pavese ci restituisce nel Mestiere di Vivere, diario personale scritto tra il 1935, all’indomani del confino nel paesino calabro di Brancaleone, ed il 1950, pochi giorni prima del suicidio dell’autore nella stanza di un hotel torinese. È lo stesso scrittore a chiudere il manoscritto in una cartelletta verde prima di togliersi la vita, apponendogli il titolo a matita rossa e blu. Il diario (diviso tra Secretum professionale, con annotazioni dal 6 ottobre del ’35 al 28 febbraio del ’36 e Diario intimo vero e proprio dal 10 aprile del ’36 all’agosto del 1950) si apre con una frase già rivelante tutta la fiacchezza e l’amarezza di un uomo: “Che qualcuna delle ultime poesie sia convincente, non toglie importanza al fatto che le compongo con sempre maggiore indifferenza e riluttanza”. Un tentativo di codificazione questa mole di pensieri, dunque, nonché di ricostruzione di un’esistenza votata alla solitudine ed al rimpianto, aprendosi a profonde riflessioni sulla letteratura, sull’arte, sulla vita, pur dimostrando una invincibile apatia ed uno scarso interesse per la politica [2] che fa dello scrittore una figura sbiadita nello spazio della resistenza antifascista e della ricostruzione del dopoguerra italiano. Continui sono i salti di una coscienza che si rivela sempre in bilico tra vita e morte, polarità idiosincrasiche che, per la verità, Pavese tratteggia in maniera, sempre molto definita e netta, in tutte le sue opere, poesie e romanzi, esibendo una passione per la classicità e per la mitologia greca, la quale si palesa specie in quei Dialoghi con Leucò– opera a cui l’autore tiene particolarmente perché ritenuta la più significativa- che lo stesso Pavese lascerà, quale segno di commiato, sul comodino della stanza nella quale fu rinvenuto cadavere, dopo aver ingerito una copiosa quantità di sonniferi, il 28 agosto del 1950, un giorno dopo la morte, riportando sulla prima pagina degli stessi una frase che sembra prendere ispirazione dalla lettera di addio di un altro poeta suicida, Majakovskij[3].
La centralità delle passioni vissute, le continue e sferranti delusioni amorose che costellano, incalzanti, l’intera produzione dello scrittore, costituendo quella “spina nella carne” capace di rendere una vita rimbombante di arrendevolezza, mancanza, nostalgia ed abbandono, paiono scalfire un’identità votata alla malinconia ed al solipsismo- “Ma in realtà tu sei solo e lo sai, ma non basti da solo e lo sai”. In tale maniera, “La smania dell’autodistruzione” da cui lo scrittore dichiara di essere affetto è una piaga che si consuma in una serrata lotta contro l’attaccamento della coscienza ad un’esistenza la quale risulta, in ogni caso, decisa dalla fatalità di un destino inesorabile che fagocita, entro il suo lento e sinuoso corso, le ultime speranza dell’umano. Così l’iniziale e deciso rifiuto nei riguardi di un’idea, quella del suicidio, che il Mestiere di vivere scopre nei primi anni di giovinezza (dal 1935 al 1938), quel diniego che appare evidente finanche in una delle prime liriche del Pavese, Lavorare stanca, cede il posto, a partire dal 1946, ad una crescente accettazione della stessa, quasi a volerne designare una delle soluzioni più auspicabili che, paradossalmente, fa seguito ai grandi successi sul piano letterario nazionale, ed internazionale (l’ennesimo Premio Strega[4] ottenuto nel 1950), evidenziando, tuttavia, il vuoto di una mancata assunzione di responsabilità politica ed in generale il senso imperante di impotenza che si fa strada sempre di più nell’animo dello scrittore.
L’amore per l’attrice americana Costance Dowling[5], Connie, alla quale è dedicata la meravigliosa lirica Verrà la morte e avrà i tuoi occhi che dà il nome alla stessa raccolta poetica, nonché l’opera La luna e i falò, grande successo di pubblico e critica, sembra precipitare ed acuire le precedenti contraddizioni dell’autore, sprofondandolo in un clima di rassegnazione e di tragedia. Il suicidio pare presentarsi adesso, come sopra accennato, quale affermazione di volontà e di vitalità, non dipendendo più da una donna, ma dalla condanna che, come spada di Damocle, sembra pendere sul capo dello scrittore: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”, annota il Pavese nel Mestiere di vivere, il 25 marzo del 1950, rivelando quell’intima misoginia che del femminile fa il richiamo più desiderato, ma anche quello più estraneo, nemico, menzognero, serrato nella sua incomprensibilità, nel segreto della sua sessualità; nella narrazione sottesa di un esistenzialismo, documentato dall’interesse che l’autore manifesta per il filosofo e scrittore sovietico di origine ebraica Chestov, svelato nella scoperta di un Dio “altrettanto miserabile e abbattuto quanto l’uomo”, un Ente ancora, tuttavia, troppo lontano nella sua dolce ed incomprensibile manifestazione.
“Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”, annota Pavese il 18 agosto 1950, nella chiosa del Mestiere di Vivere. La ferrea volontà di congedarsi dalla scrittura coincide, in tal modo, in fondo con il congedo dalla vita in un connubio perfetto all’interno del quale esistenza e scrittura si sovrappongono, rovesciandosi l’una nell’altra, in uno sforzo titanico di vivere per scrivere e scrivere per vivere perché: “La letteratura è una difesa contro le offese vita”, in una burrascosa lotta, come ricorda il caro amico Italo Calvino, contro la propria ed inesorabile spinta all’autoannientamento. La lettura di Pavese si rivela, alla luce delle nostre considerazioni pertanto, quale esperienza di ancestrale dolore ed ineluttabilità del vivere; sconvolgente e fulgida profondità di spirito che attraversa l’anima da parete a parete, perforandola nella sua indefinita tragicità.
Chiara Ortuso
[1] Cfr. Introduzione di Domenico Starnone in: C. PAVESE, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, Einaudi, Torino 2020.
[2] “L’aspetto che più colpisce di Pavese è una specie di chiusura in se stesso, di caustrofilia, che esclude i riferimenti troppo precisi e contingenti alla realtà. Si veda per esempio come i fatti storici cui l’autore assistette in anni terribili siano taciuti, nulla sulla guerra di Africa e Spagna, nulla, pare, sulle guerre razziali. La dichiarazione di guerra del 1940, una guerra che minacciava di essere, e fu, mondiale, ispira riflessioni molto astratte e persino positive, dal 5 al 13 giugno; le incursioni aeree, citate nel MV il 16 giugno, dopo gli stridori, i tonfi, gli scoppi registrati, lasciano subito il posto a pensieri sulle passioni umane” (cfr. C. PAVESE, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, Einaudi, Torino 2020).
[3] Pavese lasciò scritto sulla prima pagina dei Dialoghi: “Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”, prendendo spunto forse dall’ultima lettera di Majakovskij nella quale lo scrittore esordiva così: “Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi”.
[4] “Il Premio è un triste affare. Non parlatemi dei miei successi letterari, mi fanno vergognare”, scrive Pavese all’indomani del Premio Strega ottenuto nel 1950 per il romanzo “La bella estate”.
[5] Abbandonato dalla giovane che, giunta con la sorella Doris in Italia, dopo aver conosciuto lo scrittore in casa di amici ed aver trascorso con lui una breve vacanza a Cervinia, era rientrata in America.










