
Il crollo del ponte sulla Statale Adriatica nel territorio di Montenero di Bisaccia non è soltanto un episodio di cronaca: è il simbolo plastico di un Paese fragile, dove basta qualche ora di pioggia intensa per mandare in tilt infrastrutture, viabilità e sicurezza. La costa tra Termoli e Campomarino è diventata una distesa d’acqua. Centinaia di persone evacuate, famiglie costrette ad abbandonare le proprie case, attività economiche paralizzate. E mentre i cittadini spalano fango e contano i danni, arriva puntuale la narrazione dell’emergenza gestita “con efficienza”. Ma la realtà è un’altra: per far fronte alla situazione sono dovute arrivare squadre di soccorso da fuori regione. Mezzi e operatori da Modena, Latina e Frosinone. Una mobilitazione che dimostra certamente solidarietà e professionalità, ma che allo stesso tempo certifica una carenza strutturale locale difficile da ignorare. Perché una regione deve dipendere dall’intervento esterno per gestire un evento meteorologico sì intenso, ma tutt’altro che imprevedibile? Il dissesto idrogeologico non è una sorpresa, è una costante. Eppure, ogni volta, si riparte da zero: allerta tardive, prevenzione insufficiente, infrastrutture vulnerabili. Il ponte crollato lungo la Statale Adriatica arteria fondamentale di collegamento tra Molise e Abruzzo rappresenta una ferita doppia: logistica ed economica. Non è solo un’infrastruttura che cede, è un intero territorio che resta isolato, con ripercussioni immediate su trasporti, turismo e attività produttive. E poi c’è la questione degli sfollati. Numeri che crescono, sistemazioni di emergenza improvvisate, una gestione che ancora una volta appare più reattiva che preventiva. Si interviene dopo, quando i danni sono già fatti. Quando le immagini fanno il giro dei media. Quando diventa impossibile ignorare. Il paradosso è evidente: si investe in emergenza, si celebra l’intervento, si ringraziano i soccorritori. Ma si continua a ignorare il problema alla radice. Messa in sicurezza del territorio, manutenzione delle infrastrutture, pianificazione seria: parole che tornano ciclicamente, salvo poi sparire appena si spegne l’attenzione. Intanto, il Molise paga il prezzo più alto. Non solo in termini di danni materiali, ma anche di fiducia. Perché ogni ponte che crolla non è soltanto cemento che cede: è la credibilità delle istituzioni che si sgretola, è la sensazione sempre più diffusa di vivere in un Paese che rincorre le emergenze invece di prevenirle. E mentre arrivano aiuti da fuori, resta una domanda scomoda: quanto ancora si potrà andare avanti così, contando sulla solidarietà interregionale per coprire falle che non dovrebbero esistere?









