martedì, Febbraio 10, 2026
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Il mondo si spacca, l’India avanza

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L’India oggi è un animale immenso che respira a pieni polmoni, un Paese che sembra crescere anche quando il mondo si restringe. È un paradosso vivente: un colosso che corre come se avesse il fuoco alle calcagna, ma che allo stesso tempo trascina catene pesanti, fatte di disuguaglianze, burocrazia, povertà e contraddizioni che non si possono ignorare. Secondo Repubblica Finanza, il PIL reale dell’India per il 202526 è stimato al 7,4%, un numero che in Europa ormai sembra fantascienza. Il settore dei servizi vola al 9,9%, e non parliamo solo di call center o outsourcing: parliamo di finanza, tecnologia, ricerca, pubblica amministrazione. È un Paese che sta diventando una centrale elettrica di cervelli e competenze, una macchina che produce valore a una velocità che gli altri non riescono più a tenere.

Ma basta spostare lo sguardo di pochi metri per vedere l’altra faccia della medaglia. Invezz racconta un’India dove l’inflazione è sotto controllo e la crescita è alta, sì, ma dove la vita reale è un campo minato. La disoccupazione ufficiale è al 4,7%, ma è un numero che non dice la verità: milioni di giovani si accalcano ai concorsi pubblici come se fossero l’ultima scialuppa di salvataggio, e il settore privato offre spesso lavori precari, mal pagati, senza tutele. È un Paese dove puoi trovare un ingegnere che guida un risciò, un laureato in informatica che consegna cibo a domicilio, un medico che lavora in tre cliniche per arrivare a fine mese.

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E poi c’è il debito delle famiglie, che secondo la Reserve Bank of India ha superato il 41% del PIL. Non è debito per comprare case o aprire imprese: è debito di sopravvivenza, come sottolinea MSN. Significa che milioni di persone vivono a credito, sperando che il futuro sia più gentile del presente. È la contraddizione più feroce dell’India: un Paese che costruisce grattacieli mentre milioni vivono in baraccopoli; un Paese che manda sonde su Marte mentre interi villaggi non hanno acqua potabile; un Paese che produce miliardari a ritmo record mentre la classe media si assottiglia come ghiaccio al sole.

Eppure, nonostante tutto questo, l’India continua a crescere. Continua a espandersi. Continua a credere di poter diventare la terza potenza economica mondiale entro il 2030. E forse ci riuscirà davvero. Perché l’India è così: un Paese che non si ferma mai, che non si arrende mai, che non chiede scusa per la sua ambizione. Un Paese che corre, anche quando dovrebbe fermarsi a respirare. Un Paese che vuole prendersi il secolo, anche se deve farlo con le ginocchia che scricchiolano.

E questo è il punto in cui l’India smette di essere solo un’economia che corre e diventa una potenza che gioca sporco, ma con lucidità chirurgica, sulla scacchiera del mondo. Mentre l’Occidente si racconta ancora la favola dei blocchi contrapposti, Nuova Delhi fa un’altra cosa: prende ciò che le serve da tutti, senza giurare fedeltà a nessuno.

 Sul petrolio è chiarissimo.foto india petrolio 1 Prima della guerra in Ucraina, il greggio russo era una nota a margine nelle importazioni indiane, appena il 2,5% del totale; poi sono arrivati le sanzioni, il price cap del G7, l’Europa che chiude i rubinetti e Mosca che inizia a vendere a sconto. L’India non ci ha pensato due volte: ha comprato tutto quello che poteva, a prezzi anche di 35 dollari al barile, trasformandosi nel secondo acquirente mondiale dopo la Cina. In ottobre 2024 ha toccato un record di 10,38 milioni di tonnellate di greggio russo in un solo mese, superando Iraq, Arabia Saudita e gli Emirati come fornitori principali. È un affare gigantesco: secondo le analisi citate dalla Carnegie Endowment, gli sconti hanno garantito ai raffinatori indiani un vantaggio medio di 12,2 dollari a barile, mentre il Paese importa circa l’89% del proprio fabbisogno di petrolio, essendo il terzo consumatore mondiale. Tradotto: senza questo gioco sporco ma perfettamente legale, la crescita indiana sarebbe molto più fragile. Gli Stati Uniti lo sanno benissimo. Per questo, il 27 agosto 2025, Washington ha imposto un dazio del 25% sul petrolio russo comprato dall’India, oltre a tariffe già portate al 50% su altri beni, nel tentativo di piegare Nuova Delhi e costringerla a mollare Mosca. Ma l’India non si è inginocchiata: ha iniziato a ricalibrare, a diversificare, a trattare. Non ha chiuso il rubinetto russo, ha solo imparato a usarlo con più cautela. È esattamente qui che si vede la sua strategia: non è un alleato fedele, è un giocatore autonomo. Compra petrolio scontato da Putin, firma accordi tecnologici con gli Stati Uniti, partecipa ai BRICS con la Cina e allo stesso tempo si propone come leader del “Global South” nei forum internazionali.

La verità è che l’India non si comporta come un Paese che subisce il mondo, ma come uno che lo usa. Mentre l’Europa si divide sulle sanzioni e gli Stati Uniti oscillano tra minacce e corteggiamenti, Nuova Delhi si muove con una freddezza quasi cinica: accetta le pressioni, ma non cambia rotta se non conviene. Le analisi di Invezz e MSN lo mostrano in filigrana: la sua crescita non è solo un fatto interno, è il risultato di una posizione esterna spietatamente pragmatica. L’India si presenta come partner democratico contro la Cina autoritaria quando parla con Washington, ma non esita a sedersi al tavolo con Mosca per garantirsi energia a basso costo. Si propone come alternativa industriale alla Cina nelle catene globali del valore, attirando investimenti occidentali che vogliono ridurre la dipendenza da Pechino, mentre allo stesso tempo mantiene rapporti economici e diplomatici con Pechino nei forum multilaterali. Non è neutralità: è opportunismo strategico elevato a dottrina. E il mondo, che si sta spaccando in blocchi, si ritrova costretto a fare i conti con un attore che rifiuta di essere incasellato. L’India non è più il Paese che guarda da fuori: è quello che entra nella stanza, si siede al tavolo e pretende di riscrivere le regole. E lo fa con la stessa energia con cui cresce al suo interno: correndo, rischiando, sbagliando, ma senza mai chiedere scusa.

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