Una riflessione sul Vangelo, sulla Chiesa e sulla responsabilità di chi è chiamato a custodire
Ci sono immagini che appartengono alla memoria più profonda dell’umanità. Una di queste è quella del pastore e del gregge. Nel Vangelo non è soltanto una metafora: è una delle immagini più potenti attraverso cui Cristo racconta il rapporto tra Dio e l’uomo. «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Giovanni 10,11).
In queste parole c’è una concezione dell’autorità completamente diversa da quella che conosciamo nel mondo. Il Pastore non possiede il gregge: lo ama. Non lo domina: lo accompagna. E quando una pecora si smarrisce, non la considera perduta per sempre: la cerca.
Forse è proprio qui che il cristianesimo mostra il suo volto più umano. Dio non rimane ad aspettare l’uomo nel luogo in cui dovrebbe essere. Quando l’uomo si perde, Dio si mette in cammino verso di lui.
In questa prospettiva, il sacerdote diventa una figura di straordinaria responsabilità: un custode nella notte. È chiamato a stare accanto all’uomo quando la paura prende il posto della speranza, quando il dolore genera dubbi, quando la solitudine diventa più pesante di qualsiasi parola.
Ma il custode deve ricordare una cosa essenziale: il gregge non gli appartiene.
Quando Cristo dice a Pietro «Pasci i miei agnelli» e «Pasci le mie pecore» (Giovanni 21,15-17), quel «miei» contiene una verità profonda. Le anime non appartengono al sacerdote, al vescovo o a qualsiasi autorità ecclesiastica. Appartengono a Cristo. Chi riceve il compito di guidarle riceve soprattutto la responsabilità di servirle.
È questa la misura più autentica dell’autorità cristiana: più grande è la responsabilità, maggiore dovrebbe essere l’umiltà. Gesù lo dice con parole che ancora oggi interrogano ogni forma di potere: «Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Marco 10,43).
E poi compie il gesto che forse più di ogni discorso spiega il cristianesimo: si inginocchia e lava i piedi ai suoi discepoli. «Vi ho dato un esempio» (Giovanni 13,15).
La vera autorità, dunque, non si misura dalla distanza che crea, ma dalla capacità di avvicinarsi all’uomo.
Un sacerdote dovrebbe essere riconoscibile non soltanto dall’abito che indossa, ma dalla capacità di accogliere. Dovrebbe saper ascoltare chi è ferito, rialzare chi è caduto e lasciare aperta una porta a chi cerca la strada del ritorno.
Cristo non è venuto per gli uomini che si sentono perfetti. È andato incontro a quelli che avevano bisogno di essere salvati: «Non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Matteo 9,13).
Per questo la pecora smarrita non è semplicemente “l’altro”. Siamo noi.
Tutti, nella vita, conosciamo momenti nei quali perdiamo la strada. Possiamo smarrirci nel dolore, nell’errore, nella paura, nella solitudine o persino nella perdita della fede. Ed è allora che la parabola acquista tutta la sua forza: «Se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la trova?» (Luca 15,4).
Una sola vita è abbastanza importante perché Dio si metta in cammino.
E i lupi? Non sono soltanto un’immagine del male. Possono essere l’indifferenza, l’odio, la violenza, la menzogna, la disperazione, il cinismo e tutto ciò che convince l’uomo di essere solo. Sono anche quei meccanismi che trasformano le persone in numeri e le coscienze in strumenti.
Di fronte a tutto questo, la Chiesa ha una responsabilità immensa: non fuggire dal mondo, ma attraversarlo portando una luce. Non costruire muri intorno all’uomo, ma aiutarlo a trovare una porta.
E quella Porta, nel Vangelo, ha un nome preciso: Cristo. «Io sono la porta» (Giovanni 10,9).
Per questo chiunque eserciti una responsabilità nella Chiesa — dal sacerdote al vescovo, fino al Papa — dovrebbe avere sempre presente una verità semplice e vertiginosa: non è chiamato a sostituire Cristo, ma a renderne visibile la presenza attraverso il proprio servizio.
Il sacerdote, allora, non dovrebbe essere colui che spinge il gregge con la paura, ma colui che veglia affinché nessuno venga lasciato solo nella notte.
La fede non si impone. Si testimonia.
E il Vangelo indica anche il criterio con cui, un giorno, ogni autorità sarà misurata: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto» (Matteo 25,35).
Poi arriva la frase che dovrebbe abitare la coscienza di ogni cristiano:
«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25,40).
Qui il Vangelo diventa carne. Cristo non viene cercato soltanto sull’altare, ma nel volto concreto dell’essere umano: nel povero, nel malato, nel solo, nel peccatore, nell’emarginato, nell’uomo che ha perso la strada e persino in colui che non riesce più a credere.
Forse la Chiesa sarà tanto più forte quanto più saprà essere vicina all’uomo. E sarà tanto più vicina all’uomo quanto più saprà rimanere fedele a Cristo.
La notte del mondo, allora, non deve spaventare la Chiesa. È proprio nella notte che una piccola luce diventa visibile.
E forse questo è il compito più autentico dei suoi ministri: non essere stelle che pretendono di sostituire il cielo, ma lampade capaci di illuminare il passo di chi cammina accanto a loro.
Alla fine, quando cadranno i titoli, le gerarchie, gli abiti e tutte le distinzioni terrene, resterà una sola domanda: quanto abbiamo amato?
Non quanto siamo stati importanti, ma quanto abbiamo servito. Non quante persone ci hanno seguito, ma quante abbiamo aiutato a rialzarsi. Non quanto siamo stati celebrati, ma quanta misericordia abbiamo saputo offrire.
E allora tornerà la voce del Pastore:
«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me» (Giovanni 10,14).
Una voce semplice, capace da duemila anni di attraversare la storia.
Una voce che non chiede potere.
Chiede amore.
E forse, alla fine di ogni cammino umano, continuerà a pronunciare la stessa parola:
«Seguimi.»
Gilberto Di Benedetto
Psicologo e psicoterapeuta









