Nel teatrino permanente che è la gestione del servizio pubblico radiotelevisivo, la vicenda Report rappresenta molto più di un semplice contenzioso sindacale o di un diverbio tra direzione e redazione. Quando un gruppo di giornalisti e inviati storici si presenta al tavolo della trattativa ponendo come precondizione il ritiro immediato di due nomine alla conduzione, il confronto tra il management aziendale e la squadra editoriale supera il livello della fisiologica dialettica e si trasforma in un vero e proprio scontro di potere.
Se la Rai — intesa nella sua struttura dirigenziale e nel ruolo di azienda di Stato finanziata dal canone — scegliesse di cedere a questo ultimatum, gli effetti si ripercuoterebbero ben oltre la sola prima serata di Rai3.
Da un lato, la scelta pragmaticamente difensiva di cedere eviterebbe un’emorragia drammatica. Report è un marchio consolidato, un pilastro del giornalismo d’inchiesta italiano la cui identità risiede primariamente nell’ossatura dei suoi inviati, nella loro credibilità e nel metodo di lavoro costruito in anni di attività. Perdere in un solo colpo il blocco degli esterni e scatenare lo sciopero degli interni significherebbe, nei fatti, svuotare di senso e di sostanza il programma stesso, regalando un danno d’immagine e di ascolti difficilmente riparabile nel breve periodo ma, comunque, recuperabile.
Dall’altro lato, tuttavia, la resa aziendale spalancherebbe le porte a un precedente gestionale di portata incalcolabile. In un’azienda strutturata come la Rai, dove il delicato equilibrio tra direzione politica, dirigenza amministrativa e autonomia di redazione è da sempre terreno di scontro, concedere a una squadra di giornalisti il diritto di veto sulle conduzioni equivale a ridefinire le gerarchie. Chi decide la linea e i volti del servizio pubblico? Il management nominato per governare i palinsesti o i gruppi di lavoro interni alle singole testate?
Accettare la condizione posta da Bernardo Iovene, storico inviato di Report, e dai suoi colleghi significherebbe attestare che il potere d’indirizzo editoriale non risiede più nei direttori di genere, bensì nell’autorevolezza contrattuale acquisita dai programmi di maggior successo. Una dinamica che, se da una parte viene salutata da molti come un’epica difesa dell’indipendenza giornalistica contro le ingerenze o le scelte calate dall’alto, dall’altra rischia di paralizzare l’azienda, legittimando in futuro analoghe forme di pressione da parte di qualsiasi altra redazione in disaccordo con le decisioni di Viale Mazzini.
Sullo sfondo resta la natura ambigua della Rai: azienda di Stato che deve rispondere a logiche di mercato e di ascolti, ma al contempo istituzione pubblica sottoposta al vaglio della politica e dei cittadini. Un’azienda che oggi si trova di fronte a un bivio identitario: sacrificare il principio d’autorità per salvare il suo programma d’inchiesta più prestigioso, oppure rivendicare le proprie prerogative gestionali accettando il rischio del ridimensionamento o del caos editoriale. Un dilemma in cui, in ogni caso, l’equilibrio della narrazione pubblica uscirà inevitabilmente trasformato.
* Opinionista









