Il miraggio della durata: perché contare i giorni non basta a fare la storia
Con il superamento della soglia dei 1.412 giorni di attività ininterrotta a Palazzo Chigi, l’esecutivo festeggia un record di longevità repubblicana. Ma scambiare la semplice permanenza al potere per incisività politica rischia di rivelarsi un abbaglio: senza riforme strutturali, la stabilità si trasforma in puro immobilismo.
In politica le date servono ad ancorare la memoria, ma sono i numeri a costruire la propaganda. Il 4 settembre 2026 viene consegnato alla cronaca come il giorno del sorpasso: un solo governo alla guida del Paese più a lungo di qualsiasi altro nella storia della Repubblica. È un record rivendicato con l’orgoglio identitario di chi è partito dal due per cento nei sondaggi e si ritrova ad aver superato, almeno sulla carta del calendario, le stagioni dei giganti della Prima Repubblica.
Eppure, confondere la longevità con la statura politica è il primo inganno di una narrazione che scambia la permanenza sulle poltrone con l’incisività dell’azione pubblica.
I leader del passato — da De Gasperi a Moro, da Andreotti a Fanfani — non misuravano il proprio peso politico sulla continuità formale di un singolo gabinetto, ma sulla capacità del sistema istituzionale di metabolizzare le crisi, trasformare la società e collocare saldamente l’Italia nei consessi internazionali. I loro governi cadevano, si riorganizzavano e ripartivano perché la politica era una mediazione viva, non l’occupazione statica dello spazio pubblico. Oggi, al contrario, la durata ininterrotta rischia di rivelarsi l’unico vero programma politico rimasto: resistere per dimostrare di poter durare.
La stabilità è certamente un valore apprezzato dai mercati e dalle cancellerie straniere, abituati alla storica volatilità italiana. Tuttavia, la stabilità scivola inevitabilmente nell’immobilismo quando non si traduce in scelte coraggiose. Cosa rimane concretamente agli italiani dopo quasi quattro anni di continuità amministrativa? Il paese non lo ha percepito.
Quindi ? La retorica del riscatto personale e il richiamo alle origini della militanza funzionano per scaldare la base elettorale e compattare le fila. È una tecnica comunicativa efficace, capace di umanizzare il potere e disinnescare le critiche. Ma il Paese reale non vive di ricordi o di rivalse identitarie.
Un esecutivo non entra nella storia per il numero di giorni trascorsi a Palazzo Chigi, ma per lo stato in cui lascia l’Italia al termine del proprio mandato. Continuare a celebrare il pallottoliere del tempo anziché il bilancio dei risultati significa ammettere, implicitamente, che oltre la sopravvivenza politica c’è ancora molto da costruire.
* Opinionista









