domenica, Giugno 14, 2026
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IMMIGRATI, COSTANO ALL’ITALIA PIÙ DI QUANTO PRODUCONO? I NUMERI CHE SMONTANO GLI SLOGAN

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Roma — Nelle piazze digitali, nei talk show e nelle campagne elettorali si ripete una frase diventata quasi un dogma contemporaneo: “Gli immigrati costano all’Italia più di quanto producono”. È una formula semplice, aggressiva, efficace. Ma quando la propaganda incontra la contabilità nazionale, il quadro diventa molto più complesso e meno adatto ai titoli urlati. L’Italia attraversa una delle più profonde crisi demografiche della sua storia repubblicana. Le nascite crollano anno dopo anno, l’età media cresce e il numero di lavoratori che sostiene pensioni e welfare si restringe progressivamente. In questo scenario la presenza straniera non rappresenta soltanto un fenomeno sociale, ma una componente strutturale dell’economia nazionale. I dati più recenti mostrano che milioni di lavoratori immigrati partecipano alla produzione di ricchezza italiana in settori dove la carenza di manodopera è ormai cronica: edilizia, logistica, agricoltura, assistenza familiare, ristorazione, manifattura e servizi alla persona. Senza questa forza lavoro interi comparti subirebbero contrazioni significative. Secondo gli studi economici pubblicati dalla Fondazione Leone Moressa, il contributo dei lavoratori stranieri al Prodotto interno lordo supera i 170 miliardi di euro, pari a circa il 9% della ricchezza prodotta nel Paese. Il saldo tra tasse versate e servizi ricevuti risulta inoltre positivo. Questo non significa che l’immigrazione sia priva di costi. L’accoglienza, la sanità, la scuola, la gestione amministrativa, la sicurezza e le politiche di integrazione richiedono investimenti pubblici significativi. Alcuni territori sostengono pressioni maggiori rispetto ad altri, soprattutto nelle aree caratterizzate da elevata concentrazione abitativa e da servizi già fragili. Ma affermare che ogni immigrato rappresenti automaticamente una perdita economica per lo Stato equivale a ignorare una parte essenziale della realtà. La vera distinzione non è tra italiani e stranieri. La distinzione decisiva è tra chi lavora e chi non lavora, tra chi versa contributi e chi dipende esclusivamente dall’assistenza pubblica. Un lavoratore immigrato regolare paga imposte, contributi previdenziali, IVA sui consumi, accise sui carburanti, bollette, affitti e tributi locali esattamente come qualsiasi altro residente. Molti stranieri occupano inoltre posizioni che il mercato del lavoro fatica a coprire. In numerose province italiane imprese agricole e aziende manifatturiere denunciano carenze di personale che rallentano produzione e investimenti. Esiste poi un elemento spesso ignorato nel dibattito pubblico: l’età. La popolazione immigrata è mediamente più giovane di quella italiana. Ciò significa maggiore presenza nel mercato del lavoro e minore peso pensionistico immediato. In un Paese dove la natalità continua a diminuire e gli anziani aumentano rapidamente, questo fattore assume una rilevanza strategica. Anche il sistema previdenziale osserva questa dinamica con attenzione. L’INPS registra entrate contributive in crescita mentre il peso delle pensioni aumenta costantemente a causa dell’invecchiamento della popolazione. Naturalmente esistono problemi reali. L’immigrazione irregolare genera costi elevati e spesso produce marginalità sociale, sfruttamento lavorativo e criminalità diffusa. Quartieri lasciati senza adeguate politiche di integrazione possono trasformarsi in zone di tensione permanente. Fingere che tali criticità non esistano sarebbe un errore tanto grave quanto negare il contributo economico degli immigrati regolari. La questione centrale non è dunque “immigrazione sì” o “immigrazione no”. La domanda corretta è: quale immigrazione? Un’immigrazione governata, selezionata, integrata e inserita nel mercato del lavoro può contribuire alla sostenibilità economica nazionale. Un’immigrazione caotica, priva di programmazione e incapace di trasformare gli arrivi in occupazione stabile rischia invece di amplificare tensioni sociali e costi pubblici. Le cifre disponibili raccontano una verità meno spettacolare degli slogan ma più vicina alla realtà: l’idea secondo cui gli immigrati costerebbero all’Italia più di quanto producono non trova conferma nei principali studi economici disponibili. Al contrario, il saldo complessivo risulta oggi positivo, pur in presenza di criticità e squilibri che richiedono interventi politici seri. L’economia non ragiona per paure, appartenenze o bandiere. Ragiona per bilanci. E i bilanci, almeno per ora, raccontano una storia diversa da quella che domina molte prime pagine.

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