
Inviato Ivar BAZZANI
MILANO – Una pioggia torrenziale e implacabile, scaturita da un nubifragio che ha messo in ginocchio il capoluogo lombardo, non si è limitata ad allagare le strade e a paralizzare la viabilità urbana, ma ha clamorosamente violato persino i recinti sacri della legalità istituzionale. Le aule in cui si celebrano i procedimenti di massima sicurezza e i processi cardine contro la criminalità organizzata si sono improvvisamente tramutate in luoghi di pericolo mortale, costringendo magistrati, avvocati, imputati e forze dell’ordine a una fuga rocambolesca. Il fattaccio si è consumato all’interno della celebre aula bunker di Milano, dove un imponente blocco del controsoffitto, letteralmente inzuppato e appesantito dalle copiose infiltrazioni d’acqua piovana penetrate attraverso le coperture deteriorate, ha ceduto di schianto, collassando rovinosamente al suolo tra i banchi dell’udienza. Il boato sordo del cedimento strutturale, seguito dalla pioggia di calcinacci e pannelli sfondati, ha immediatamente interrotto lo svolgimento della sessione giudiziaria, decretando il rinvio immediato e inevitabile del maxiprocesso noto come operazione Hydra. Ma il quadro desolante della manutenzione edilizia giudiziaria non si limita alle sole sale blindate periferiche, poiché lo stesso scenario di incuria e abbandono si ripete impietosamente nel cuore pulsante dell’amministrazione meneghina. Nelle medesime ore critiche, infatti, una vera e propria pioggia copiosa e persistente ha iniziato a scrosciare copiosamente anche all’interno dell’ingresso principale del maestoso Palazzo di Giustizia di Corso di Porta Vittoria. Secchi, transenne di fortuna e teli di plastica sono comparsi freneticamente tra i corridoi marmorei per raccogliere le cascate d’acqua che piovevano dai lucernari sfondati e dai soffitti gocciolanti, offrendo un’immagine surreale e degradante dello stato in cui versano i presidi dello Stato. I sindacati e le rappresentanze forensi levano ora un grido d’allarme unanime, denunciando l’indifferenza cronica delle istituzioni competenti di fronte alla vetustà di edifici storici lasciati marcire nell’incuria, dove lavorare o cercare giustizia è diventato un esercizio di funambolismo quotidiano sospeso tra umidità, secchi d’acqua e soffitti pericolanti.









