
Le parole pronunciate in diretta sulla televisione russa contro la Presidente del Consiglio italiano hanno superato ogni limite di decenza. “Cattiva donnuccia, traditrice, fascista”: un linguaggio che non appartiene al dibattito politico, né nazionale né internazionale, e che ha immediatamente provocato una reazione dura da parte delle istituzioni italiane. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato di aver convocato l’ambasciatore russo Paramonov per esprimere formali proteste dopo quelle che ha definito “dichiarazioni gravissime e offensive”. Un gesto diplomatico forte, che sottolinea quanto l’Italia consideri inaccettabile l’episodio. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto arrivare alla premier un messaggio di solidarietà, un segnale chiaro che, al di là delle differenze politiche interne, le istituzioni italiane si muovono unite quando viene colpita la dignità del Paese. L’attacco televisivo, oltre a essere volgare, appare costruito per colpire non solo la figura politica, ma anche la persona, con un linguaggio che ricorda più una rissa da bar che un confronto internazionale. Un modo di comunicare che non rafforza nessuno e che, anzi, indebolisce chi lo usa, mostrando un nervosismo che traspare più delle parole stesse. In Italia, la vicenda ha suscitato indignazione trasversale. Non si tratta di condividere o meno le scelte politiche della premier: si tratta di riconoscere che la critica è legittima, l’insulto no. E quando l’insulto arriva da un’emittente straniera, con toni sessisti e denigratori, la questione diventa inevitabilmente diplomatica. La risposta italiana, compatta e istituzionale, manda un messaggio semplice: si può discutere di tutto, ma non si accetta che il rispetto venga calpestato.









