Un bilancio che, se confermato, segnerebbe una delle più sanguinose repressioni interne degli ultimi decenni. Secondo un nuovo e sconvolgente rapporto ottenuto dal Sunday Times, in Iran sarebbero state uccise almeno 16.500 persone e circa 330mila ferite durante la brutale repressione delle manifestazioni di protesta scoppiate nei giorni scorsi. Dati che emergono da testimonianze dirette e da fonti mediche interne al Paese, raccolte nonostante il blackout quasi totale delle comunicazioni imposto dal regime.
Il rapporto parla di una violenza concentrata in un arco temporale estremamente ristretto: la maggior parte delle uccisioni sarebbe avvenuta nel giro di appena due giorni. A rendere il quadro ancora più drammatico è l’età delle vittime: secondo le stime, la stragrande maggioranza dei dimostranti uccisi avrebbe meno di 30 anni. Giovani, studenti, lavoratori, ragazzi scesi in piazza per protestare e finiti sotto il fuoco delle forze di sicurezza.
Uno dei medici citati dal Sunday Times descrive quanto accaduto come “un genocidio coperto dal buio digitale”, un’espressione che sintetizza la strategia messa in atto dal regime iraniano per soffocare non solo le proteste, ma anche la diffusione delle informazioni. Nei momenti più critici della repressione, le autorità hanno infatti imposto un blocco quasi totale di Internet e delle comunicazioni, isolando il Paese dal resto del mondo e impedendo ai cittadini di raccontare ciò che stava accadendo.
Il blackout digitale ha avuto conseguenze devastanti anche sul piano umano. Per giorni, decine di migliaia di famiglie non hanno avuto alcuna notizia dei propri figli, fratelli o genitori scesi in strada. Non sapevano se fossero stati arrestati, feriti, uccisi o semplicemente scomparsi. Un silenzio forzato che ha amplificato la paura e l’angoscia, trasformando l’attesa in una forma di tortura psicologica collettiva.
Secondo le fonti citate dal quotidiano britannico, molti feriti non sarebbero stati curati negli ospedali per timore di essere identificati e arrestati. In numerosi casi, le cure sarebbero state prestate clandestinamente, in abitazioni private o strutture improvvisate, mentre i medici avrebbero ricevuto pressioni per non registrare ufficialmente i decessi legati alle manifestazioni. Un sistema che, secondo gli osservatori, mira a ridurre artificialmente il numero delle vittime e a cancellare le tracce della repressione.
In questo contesto di chiusura e controllo, nelle ultime ore sono arrivati alcuni segnali di parziale riapertura delle comunicazioni. L’agenzia iraniana Tasnim ha riferito che l’accesso a Google è stato ripristinato, dopo giorni di blocco. Già nella giornata precedente era stato riattivato il servizio di messaggistica Sms. Tuttavia, secondo numerose fonti indipendenti, l’accesso a Internet resta instabile e fortemente limitato, con molte piattaforme ancora irraggiungibili o soggette a pesanti restrizioni.
La riapertura parziale delle comunicazioni avviene mentre cresce la pressione internazionale sul governo di Teheran. Le cifre riportate dal Sunday Times, seppur difficili da verificare in modo indipendente proprio a causa della censura, stanno suscitando forte allarme tra organizzazioni per i diritti umani e governi occidentali, che chiedono un’inchiesta internazionale e l’accesso immediato di osservatori indipendenti nel Paese.
Dal canto suo, il regime iraniano continua a minimizzare l’entità della repressione, parlando di “disordini” e “atti di sabotaggio” orchestrati dall’estero, e giustificando l’uso della forza come necessario per garantire la sicurezza nazionale. Una narrazione che si scontra però con le testimonianze raccolte clandestinamente, con i racconti dei medici e con le immagini e i video trapelati nonostante i blocchi, che mostrano una repressione sistematica e indiscriminata.
Mentre il Paese prova lentamente a riemergere dal silenzio digitale, restano le domande più pesanti: quante sono davvero le vittime, quanti i feriti, quanti i dispersi. E soprattutto, fino a che punto il mondo sarà disposto a guardare altrove davanti a quello che, sempre più osservatori, non esitano a definire un massacro di massa consumato nell’ombra.









